domenica 10 aprile 2011

trousse d'une La (parte prima)

Il sabato sera cittadino impone di fare bella mostra di sè con un drink in mano. Le persone sono sempre le stesse ma comunque non è consentito fare brutta figura. Anche i più disinteressati a questo genere di vita mondana non sono immuni al fascino di quella grande vetrina che è il centro nella mitica notte che precede il giorno di riposo per eccellenza. Così anch'io, vecchia dentro e pertanto deplorante tale affanarsi ad apparire, non ho potuto fare a meno di truccarmi. I bar sono sempre quelli, il più distante è a cinquanta metri dagli altri e la concentrazione di fauna locale è particolarmente elevata (nonchè variegata) entro quel perimetro virtuale segnato che nessuno si azzarda ad oltrepassare (pena non essere più a portata di visibilità pubblica). In mezzo alla calca alcolica, tra tacchi a spillo, precoci pantaloncini fin troppo corti e americani ubriachi, annegavo i miei dispiaceri nella birra (dannazione a te, che sei lì al mare a divertirti coi tuoi amichetti quando sono almeno due settimane che ti chiedo di portami da qualche parte senza ottenere alcun risultato) e nei fiumi di parole delle mie amiche. Nonostante le percezioni alterate, dopo aver avuto la mia dose quotidiana di scorci di vita altrui, non ho potuto non chiedermi: ma noi donne, cosa vogliamo? Siamo talmente perse negli oscuri meandri delle nostre seghe mentali da non riuscire a capirlo. Cercare invano un equilibrio col proprio ex, tentando a tutti i costi di autoconvincersi che è solo un trombamico, sopportare fino al crollo di nervi un moroso bamboccione, essere a tanto così dal fare il miglior sesso della propria vita ma fermarsi in extremis ricordandosi di avere un ragazzo (maledizione). Desiderio di trasgressione,di libertà, di fedeltà, di sesso, di amore e di brivido si mischiano nel nostro già ingarbugliato universo sentimentale generando un vortice di se e di ma che ci allontana sempre più dalla consapevolezza della beneamata 'cosa giusta da fare' e ci avvicina alla crisi nera. Suppongo che gli uomini, di tali nebulose psichiche non vedano (o meglio, non subiscano) che gli effetti, senza capirne il motivo. Ma cosa volgiono le donne?
Già, cosa vogliamo? Bè forse vogliamo proprio questo. Turbolenze, deserti, prati fioriti e tempeste dentro di noi per sapere di essere vive. Non sarà forse che se siamo capaci di così alti picchi di dolore è perchè siamo capaci di essere intensamente felici?
Persino da un banco di imputato è sempre interessante sentire parlare di sé.
Camus.

Chiedilo a..

A 13 anni cosa volevi fare? Trovare un posto dove qualcuno mi apprezzasse. Possibilmente assolato.
Cos'hia imparato dall'amore? Io niente, ma lui ha imparato da me che è solo frutto della mia immaginazione e che pertanto mi deve lasciare in pace.
Se la sua vita fosse un film, chi sarebbe il regista? Godard.
All'inferno ti obbligano ad ascoltare sempre una canzone: quale? Una a caso di Ligabue.
Nel migliore dei mondi possibili aboliresti la parola? Mestruazioni. E' quasi impronunciabile. A parte questo, le parole non hanno colpa di niente, siamo noi che sbagliamo ad usarle.
Entri in una stanza dove ci sono tre uomini: chi attirae per primo la tua attenzione? Quello in penombra.
Oggi cos'è tabù? Posso dire ancora 'mestruazioni'? Credo la religione.
Un bambino ti chiede: "Perchè si muore?". Cosa gli rispondi? Che si muore perchè si è stanchi.
Una cosa che non hai mai capito delle persone? Perchè singolarmente siano così interessanti mentre in gruppo così monotone.
Come si immgina il paradiso? Se ci credessi mi piacerebbe che fosse una specie di Woodstock.
La tua casa brucia: cosa salvi? Sono talmente poco agile che se riuscissi a salvare me stessa sarebbe già qualcosa.
Il vero lusso è? Essere se stessi.
La volta che hai riso di più? Quando ho visto le nuove ciabatte di mio fratello.
La vera differenza tra un bambino e un adulto? Il sorriso.
Una cosa che volevi e non hai avuto? Tette grandi.
Di cosa hai paura? Dei giudizi.

giovedì 7 aprile 2011




Le donne erano destinate a soffrire; non c'era da meravigliarsi che volessero sempre grandi dichiarazioni d'amore.
C. Bukowski

all over

Mi sono svegliata rintronata. Fuori giorno (le dieci? le undici del mattino?), dentro notte. Dentro la mia stanza e dentro di me. I primi istanti dopo il risveglio sono un'esperienza quasi extracorporea, come se il tuo io avesse approfittato del tuo sonno per tornare al suo mondo d'origine, una dimensione fantastica abitata da ogni genere di essere, o avesse sorvolato la terra e il mare vedendo cose inimmiginabili, lasciandoti a sbavare e rantolare nel tuo riposo privo di qualsiasi dignità, con buona pace del tuo narcisismo e un sentito ringraziamento da parte dei tuoi muscoli, e che alla fine del suo viaggio mistico, vedendo le tue palpebre aprirsi, si fosse precipitato di nuovo dentro di te. E dunque, per qualche frazione di secondo tu, sacco vuoto, senza memoria e senza spirito, riaquisisci la vita e ti riambienti. Il letto, l'armadio, il soffitto, il pavimento: ok, è la mia camera. E questa? Ah si, sono io. In questa pastosa e pesante presa di cosicenza mi è sovvenuto a Jackson Pollock (il mio io l'aveva forse incontrato nel suo viaggio notturno?). Pollock, ipersensibile pietra miliare dell'arte americana, dedito fin dalla giovane età al dio alcol, al quale alla fine si era sacrificato portando con se la sua auto e una tradizionale vergine propiziatrice, aveva la vita che gli usciva dal corpo. Ma non solo quando dormiva. Era talmente straboccante di vita che di quando in quando (ovvero molto spesso) doveva prendere una maxi tela che l'urgenza gli impediva di preparare, metterla a terra e correrci intorno sgocciolando colore come un pazzo (quale era). Ci camminava anche dentro, incurante di eventuali gomme da masticare e carogne varie che potevano aver scelto le suole delle sue scarpe come loro personale tela. I suoi dripping erano la sua vita, quell'eccedenza di energia che la sua pelle non poteva contenere, e sulle tele, oltre al colore, ci finivano inconsci frammenti memoriali del suo vissuto quotidiano. Mi sono guardata in giro. Tutto in ordine. Niente gomme da masticare, niente carogne. Non una sola carogna, non uno sport, un hobby, non una sola esperienza, non un amico, non un libro fuori posto. Mi sono guardata intorno e ho visto la mia tela. Bianca.

mercoledì 6 aprile 2011

prima il piacere

In che direzione va la vita? Avanti? Il problema è che la notra esistenza avrebbe la possibilità di divagare in qualsiasi direzione anche se noi la pensiamo per comodità come linea retta, una specie di sentiero, talvolta largamente asfaltato, altre volte una mulattiera solo parzialmente praticabile. Perchè non potremmo affrontare l'idea di un'infinità di soluzioni tra cui scegliere senza impazzire. Conoscevo un tale che aveva deciso di assumere come unica possibilità della sua vita la morte, scelta ardua e strettamente heideggeriana. Io allora aveva pensato che sarebbe morto. Dopo qualche anno ho saputo che per un pò aveva fatto il clown spostandosi in un'area non meglio definita tra la Repubblica ceca e l'Austria, finchè non si era unito ad un gruppo circense e per qualche fortuito motivo era infine divenuto formatore aziendale. Nessuno l'ha più visto. Che cosa significa credere che l'unica possibilità della propria vita sia la morte e poi finire a fare il clown? Che la propria vita non è che uno scherzo e che va presa in quanto tale o che non c'è tempo per decidere una strada da seguire?
A questo pensavo, alla direzione imprevedibile della vita, mentre i miei piedi mi portavano seguendo esattamente la direzione giusta, loro si, quasi che nelle lore vene scorresse la mappatura dei miei tragitti quotidiani cosicchè io non me ne dovessi più preoccupare e potessi lasciarmi trasportare. Pensavo a questo, mentre i miei  sostegni mobili misura 41 mi conducevano in mezzo ad un mare di volti spenti, maree tumultuose dal ritmo incessante, flutti incontrastabili ma silenti, come impone il grigio mattutino, monito di una giornata di doveri. Cavalloni neri sull'orlo di travolgermi nel silenzio più cupo, celato dal caos sbuffante, perenne sfondo cittadino. I miei piedi mi portavano, e se provavo a chiedere loro dove stessimo andando, mi zittivano allungando il passo, a cui i miei polmoni faticavano a star dietro. E nella confusione stordita, l'ho visto. Mi tendeva la mano, luminoso, quasi a volermi salvare da quella corrente che mi trascinava come fossi un detrito. L'ho visto: Via Dante. Magnifico cartello stradale, faro nella notte. I miei piedi mi incalzavano, dobbiamo andare avanti, ma io avevo deciso che avrei girato lì, in via Dante. Il cielo non accennva ad aprirsi, colava catrame direttamente sui tetti, la città rantolava, divorata dall'interno da minuscole formichine brulicanti con ventiquattrore e borsette sgargianti, e miei piedi volevano farmici addentrare per portarmi lì, dove quella torre nera si ergeva richiamandomi al dovere. Ma no, cari piedi, fedeli piedi, riposatevi. Oggi niente lezione. Oggi colazione al caffè di via Dante.