domenica 26 giugno 2011

trousse d'une La (quinta parte)

Mentre il terzo giorno d’estate imperversa inondando con un vento commovente la pianura stagliata in tutto il suo verde dorato oltre la tua finestra, tu continui la tua fiacca maratona di studio, la tua condanna è l’aria che sa di nuvoloso pomeriggio marittimo, di spiaggia desolata, di mare grigio, di salsedine incrostata su di una barchetta abbandonata poco distante dalle onde che di quando in quando le offrono in dono alghe lucide e granchietti. L’atmosfera ha catturato il tuo spirito e tenta di trascinarlo verso quelle sponde che l’aria del mattino ti ha solo descritto ma non appena, contenta, hai preso il volo per quella recondita isola di quiete ecco che un lazzo ti afferra e ti ributta bruscamente sulla sedia. Ringraziando di essere atterrata sul cuscino rosso che fa da pendant col resto dell’eclettico arredo tipo de-collages rotteliani della tua camera, ti chiedi che diavolo sia stato. E poi realizzi: è la voce indemoniata dei tuoi giovani vicini di casa che scaricano la loro rabbia repressa (frutto di anni di aggressione verbale da parte del padre) sul loro cagnetto piagnucoloso che suscita in te sentimenti contrastanti. Questi due bambini (che non vedi ma che senti perchè sono proprio sotto la tua finestra) sono stati a tal punto distorti dalla tua immaginazione, fin troppo corrotta dalla televisione, da aver assunto gli indefiniti contorni di due piccoli germi del male, le due bambine che tormentano la psiche del 'luccicante' figlioletto di Jack Torrance (uno splendido Jack Nicholson per uno splendido Stanley Kubrik in Shining), il piccolo Damien di Omen, o l’orribile Regan prima di essere magistralmente esorcizzata. E così torni alla tua triste unità vitale (si, anche tu dividi la giornata in unità come Hugh Grant in About a boy, solo che lui non aveva un tubo da fare dalla mattina alla sera, tu invece sei talmente oberata che nemmeno raddoppiando il numero di ore giornaliere riusciresti a depennare tutte le voce della tua lista quotidiana di impegni irrevocabili). Una Converse bordeaux tiene chiusa la porta (ovviamente, l’unica maniglia rotta della casa è quella della tua camera), le tende giallo-trasparenti con le loro patetiche velleità di decadentismo barocco minacciano di cascarti in testa ogni due per tre, una giovane donna algerina ti spia truce dalla copertina del tuo libro preferito e i microscopici caratteri del manuale su cui stai studiando, dal basso della loro piccolezza, sprezzanti, strizzano l’occhio ai tuoi occhi che si devono strizzare di più per vederci qualcosa e alla fine della giornata non hai più il senso della profondità. Ti chiedi, con una vena di pietas verso i tuoi testi universitari, se tutto quanto sia stato pubblicato nell’arco della storia possa considerarsi letteratura o se sotto quest’etichetta rientri soltanto quell’insieme elitario di prosa, saggistica e poesia in cui note a piè di pagina, libri scolastici, guide turistiche e ricettari non sono ammessi. In tal caso, questi reietti della carta stampata come possono essere considerati? Ma mentre la tua mente vaga tra questi dubbi esistenziali ti sovviene quel piccolo sole rosso che l’altro giorno, buttando l’occhio fuori dal finestrino della corriera, avevi visto materializzarsi improvvisamente sopra i palazzi grigi. Tempo un secondo e già ti eri resa conto che non era che il riflesso della luce di un semaforo sul vetro. La più evanescente illusione degli ultimi tempi. La breve vita del piccolo sole rosso tuttavia ti aveva fatto riflettere: ok, quell’astro rubicondo era un fake pazzesco ma in fondo cosa non lo è? Niente ha valore assoluto, tutto quello che vediamo è filtrato dal senso che gli diamo e, a ben guardare, sotto sotto non rimane niente. Noi stessi, per tirare in ballo la saggezza epitaffica greca, siamo l'ombra di un sogno e la nostra vita non è più che un semaforo. Eppure, grazie soltanto ai nostri pensieri, alle nostre sensazioni, tutto diventa fantastico. Fantastico, dal greco phantazo, faccio apparire, mi immagino, proietto la mia forma, me stesso. Per l’appunto. Tutti noi siamo phantastoi, coloro che producono visioni.
Il resto della giornata si trascina lento, di quando in quando prendi il respiro facendoti vedere dalle parti della cucina e del salotto dove pascola il resto della fratellanza, delinei con il più giovane gli ultimi dettagli del vostro esperimento scientifico che vede voi stessi come cavie al fine di provare la possibilità per l’uomo di sopravvivere di sole banane. Fai questo e quello nei dieci minuti di pausa che ti sei concessa, versi una lacrima di rabbia, sgranocchi un biscotto. Spero che l’estate mi aspetti.

Clitemnestra


Così ce ne stavamo seduti attorno al tavolo. C’era attrito nell’aria. Qualche battuta modesta di quando in quando fendeva la cappa di tensione che si tagliava col coltello lasciando appena il tempo a qualche prudente risata di seguirla prima che la fitta nebbia di nervosismo le si richiudesse dietro. Volavano sguardi fugaci, qualcuno tra noi, qualcuno, più clandestino, verso di lui che, truce, guardava fisso davanti a sé. Sapevamo che sarebbe bastata una sola parola per far traboccare il vaso, ponderavamo ogni singola sillaba, qualora la nostra gola avesse trovato il coraggio di emettere qualche suono. Non si era mai visto un sentimento tanto tangibile. Una corda di violino tesissima che attraversava la stanza, chiunque avrebbe potuto toccarla, ma anche solo il minimo spostamento d’aria l’avrebbe fatta spezzare. Si sentiva ribollire l’odio nelle sue vene, sotto la sua pelle. Un uomo, tra i più virili a vedersi, con il rancore di una donna. Uno di quei rancori che, celato dietro ad un falso sorriso, è il frutto marcio di una serie di concause, di un’intelaiatura fitta e insolubile di sentimenti e congetture. Dietro quella fronte spessa l’emotività sembrava scalciare e le pupille non avevano più nulla della calma superficialità maschile, di quella praticità che dà in escandescenza per una stupidaggine ma si placa dopo aver fatto simbolicamente a pugni. No, quello sguardo quasi pietrificato lasciava trapelare notti insonni di scandaglio della situazione, vani e reiterati tentativi di razionalizzazione, domande, dubbi. Il potenziale psicologico di una donna nella potenza fisica di un uomo. Quel dolore che Bukowski ci insegna essere destinato alle donne sembrava questa volta aver prescelto un uomo come vittima sacrificale per perpetrare la sua esistenza e se tanto dolore  fosse sfociato con la prevedibile veemenza maschile sarebbe stata l’apocalisse. Anche perché quell’uomo, ora, era seduto al tavolo con noi. Pregavamo che, almeno per quella sera andasse tutto liscio. Ci lasciavamo impunemente attanagliare dall’egoismo pensando che l’esaurimento nervoso, che pure sapevamo essere prossimo, poteva pure venirgli una volta tornato a casa. Che poi, ci sarebbe andato davvero a casa? Una casa vuota senza più la moglie. Stella, bellissima donna, le volevamo tutti un gran bene e nutrivamo tutti un malcelato desiderio di scoparcela. Ma ora se n’era andata. Perché era troppo in gamba, o perché era troppo stronza. Se n’era andata e aveva lasciato il suo uomo qui, solo, distrutto per aver perso il lavoro (a causa nostra, si, nostra, di noi quattro bifolchi che ora ce ne stavamo a fianco a lui con le nostre carte in mano a giocare a poker) distrutto- dicevo- e incazzato come una bestia. Senza più un impiego e, da quella mattina, senza più una moglie. C’era un che di surreale in tutta quella situazione. E finche nel nostro piccolo ci chiedevamo chi diavolo ce l’aveva fatto fare di andare al circolo quella sera ( il senso di colpa forse?) avvenne ciò che tutti speravamo non avvenisse mai. Quell’idiota di Fedoro disse qualcosa sul fatto che domani alla Gore ci aspettavano per la riunione o non so che, nessuno di noi capì bene di che diamine stesse blaterando, la mente già ci si era offuscata nel sentire il nome della ditta ex datrice di lavoro della pentola a pressione lì a fianco a noi che nessuno osò guardare. Si levò il più lungo e assordante silenzio della storia dell’universo. Qualche imbarazzato e agitato tentativo di cambiare discorso naufragò assieme alle nostre dignità. Credo di parlare a nome di tutti quando dico che i nostri pensieri si ammutinarono dal nostro cervello che nemmeno sul Bounty. Era troppo tardi per rimediare. S’alzò fra tutti Agamennone l’eroe figlio di Atreo, infuriato, d’ira tremendamente i neri precordi erano gonfi e gli occhi parevano fuoco fiammante. E questo fu tutto quanto riuscii a pensare successivamente. Ero il sudore freddo fatto a persona e gli altri, statue di sale (non avevo il coraggio nemmeno di girare lo sguardo per guardarli ma lo so) stavano incollati alle sedie. E lui lì in piedi,con lo sguardo fisso, pareva sull’orlo di un’implosione, un potenziale fungo atomico. Trattenni il respiro, pronto alla catastrofe. Ma non successe nulla e lui, senza dire una parola, uscì. Ci guardammo tutti atterriti, come chi, in bilico su un precipizio scopre con stupore di non essere precipitato. Ma il silenzio attonito non durò che qualche istante e, colti tutti dallo stesso lampo, ci precipitammo fuori dal circolo per inseguirlo pregando che non fosse già spappolato sul letto del fiume in secca.

Eleanor Rigby


Suona il campanello.
Alessandra alza il citofono.
-Si?
-Ehm, si, sono Matteo, c’è Elli?
- Eleonora è morta.
- …
-Ehi, sei ancora lì?
-Hai una bellissima voce. Cioè, diavolo, volevo dire.. ma quando è successo? E come?
-L’altro ieri, è caduta dal terrazzo. Cioè, conoscendola sono quasi sicura che si sia buttata.. si cioè.. Comunque, grazie..
-Niente. Ma tu che ci fai a casa sua?
- Sono venuta a prendere le sue cose, le sistemo un attimo e le porto ai suoi genitori
- Saranno distrutti
- Immagino di si
- Cavolo, io ero venuto a chiederle se alla fine aveva deciso per il concerto dei Davide&Golia, cioè, avevo due biglietti e insomma, le avevo chiesto se voleva venire, mi aveva detto che ci pensava e di passare da lei oggi.. Insomma non so. Vuoi venirci tu?
- Al concerto dei Davide&Golia? Non è che ne vada matta però.. Bo, si può fare, dipende quand’è
- Stasera alle otto al Cubo. Ma tu chi sei?
- Alessandra. Sono.. cioè, ero un’amica di Eleonora.. per farla breve. Tu chi sei?
- Sono.. cioè, ero uno dei tanti sfigati che ci provavano con Eleonora.. Ti fa ridere eh? Eheh.. beh, è così.  A proposito di sfiga, la gente comincia a pensare che io stia parlando col muro tipo.. non è che mi fai salire? Magari ti aiuto con le robe che devi sistemare..
-Beh.. va bene dai, ti apro. Ah, non fare caso alla confusione. Quinto piano, porta a destra.
Clic.

giovedì 23 giugno 2011

Una scala per il paradiso


Non riusciva a ricordare come fossero finiti a vivere insieme. Doveva essere stato un specie di tacito accordo. Erano già alcuni mesi che condividevano la cucina, il cibo, talvolta lo spazzolino. Si parlavano poco ma questo non era un problema perché si capivano al volo, a volte senza neanche guardarsi. Nessuno sapeva come fosse ma doveva esserci una specie di collegamento telepatico tra loro. Si prendevano cura l’uno dell’altra e non c’era mai motivo di risentimento.
Demetra ogni tanto pensava alla prima sera in cui aveva dormito a casa di Lorenz. Come quasi ogni venerdì era andata al Bellevie’s a ballare. Le piaceva quel posto perché era una vera catapecchia, ci sarebbe potuta andare anche in pigiama_ una volta forse l’aveva fatto, ma non lo saprebbe giurare_ e nessuno le avrebbe detto nulla. Era una discoteca, si. O almeno lo era da fuori perché una volta dentro, tra tizie nude che si strusciavano sui pali, ragazzi collassati sui divanetti che raccoglievano gli ultimi barlumi di lucidità per girarsi l’ultima canna e bagni alla Train Spotting sarebbe stato davvero difficile definire la natura di quel locale. La polizia ci stava alla larga nel pieno rispetto di un patto col gestore che puzzava di bustarelle. Entrando, l’inconfondibile odore di piscio e Axe inebriavano e davano alla testa prima ancora di avere il tempo di bersi una birra con mezzo acido dentro. Era l’unica trasgressione che Demetra si concedeva, pur considerandolo uno svago peccaminoso dal momento che suo padre era morto sfinito dalla droga quando lei aveva tredici anni. Ma aveva pur bisogno di una valvola di sfogo per dimenticare, di quando in quando, la rabbia che provava. Così anche quella sera se ne stava buttata su un divanetto lercio del Bellevie’s a prendere fiato e scolarsi un Gin Lemon dopo aver fluttuato sulla pista tra il vomito scivoloso sul pavimento e sconosciuti che  le ballavano addosso solo per sentire il suo culo sui loro cazzi. E finche la sua mente cominciava a perdersi tra le psichedeliche luci che sembravano arrivare da ogni parte, quattro forti braccia la sollevarono, la gettarono a terra (in bagno o forse nel retro del locale) e la gonfiarono di botte. Quella notte dormì da Lorenz e continuò a dormire a casa sua per tutte le notti a seguire. Non ci fu bisogno di chiedere, il fatto che lei si stesse trasferendo lì sembrava la cosa più naturale del mondo. Lei e Lorenz erano andati a letto insieme una volta, quando avevano diciassette anni. Come tutte le prime volte era stato una merda e da allora non l’avevano più fatto. Ora (erano passati diversi anni) ciascuno portava avanti autonomamente la sua vita anche se di fatto vivevano sotto lo stesso tetto. Il massimo che facevano insieme era guardare un film alla sera. Non si toccavano nemmeno. L’ultima volta che l’avevano fatto era stata la mattina dopo il pestaggio, dopo che lui l’aveva accompagnata in ospedale dove le avevano messo un collare che avrebbe portato per tre settimane e lei l’aveva abbracciato in segno di gratitudine. Sempre insieme ma sempre da soli e l’uno non interferiva con la vita dell’altro. Per questo Demetra, quel sabato di maggio, si stupì quando Lorenz le chiese di accompagnarlo al matrimonio di un suo pseudo amico. “Si sposano domani a Bethesda. Arti.. te lo ricordi?” L’invito era suonato pressappoco così. Demetra aveva accettato e così ora si trovavano uno accanto all’altra sulle dure panche di una spoglia chiesa protestante in cui entrambi si erano sentiti un po’ in imbarazzo ad entrare. Stavano lì a guardare i giovani sposi scambiarsi promesse che forse non sarebbero stati in grado di mantenere, e finche osservavano la cerimonia dall’alto del loro cinismo, Lorenz prese la mano di Demetra. Si guardarono negli occhi fino a quando le nozze non furono celebrate, suscitando l’indignazione delle vecchiette sedute nelle panche appena dietro. Uscirono dalla chiesa assieme a tutti gli altri invitati ma questi era come se stessero svanendo, come tutto attorno a Lorenz e Demetra che non si preoccupavano più degli sposi o di che giorno fosse o se avevano spento la luce in bagno. Non si preoccupavano più di avere a malapena i soldi per arrivare a fine mese. Demetra non si preoccupava più di sua madre a cui gli psicofarmaci avevano portato via quasi tutti i denti, non più del rumeno che se la scopava, non più dell’università che aveva dovuto lasciare per sbarcare il lunario. Lorenz  non si preoccupava più della sua incapacità di comprendere le persone, non più della sua solitudine, non più dell’infelicità che lo consumava. Ora si guardavano negli occhi, mano nella mano e sapevano che in quel momento fu presa la tacita decisione di attraversare così il loro futuro. Guardandosi negli occhi, mano nella mano.

mercoledì 22 giugno 2011

trousse d'une La (parte quarta)


In quello che sembra essere il più lungo miglio verde verso un esame (maledette corriere sostitutive dei treni) per un’ora non hai niente in testa se non un ometto che fa low low e i Jefferson Airplane  che ti portano nel mondo della fattanza suggerendotii che one pill makes you larger
and one pill makes you small
. Ringrazi l’indulgente aria condizionata che scende dritta sulla tua testa e sul tuo vicino di sedile (il tuo quaderno, che hai aperto e richiuso facendo così fallire, come prevedibile, il buon proposito della ripassata finale agli appunti). La mattinata appena trascorsa ti sembra lontana anni luce. Sei in un limbo, un tunnel spaziotemporale che ti conduce ad un’altra dimensione. Si, poche ore fa eri davanti allo specchio a truccarti cantando presta presta numanumaie (anche se you tube dall’alto del suo poliglottismo, anzi, della sua onniscienza, ti fa presente che il testo in realtà recita ‘Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei
’) assurgendo la hit rumena ad inno apotropaico. Ma sembra già passato un secolo e sai che un altro secolo almeno ti separa dall’esame. In facoltà i tuoi amici ridotti a larve ti si incollano col loro appiccicume estivo (ma forse la più liquefatta sei proprio tu) e ti riempiono la testa di informazioni che se non eri riuscito ad acquisire durante lo studio è difficile che trovino un varco nel tuo cervello adesso. Il resto è un veni vidi vici di alta classe. Circa. Comunque consegni. Dopo esserti sorbito la disperazione dei più secchioni per il sicuro esito negativo dell’esame e il menefreghismo delle più schiappe, il tuo nostos ha inizio. Un’attesa interminabile (bè si, ho ventun’anni ma sottraendo tutto il tempo che ho passato ad aspettare i mezzi pubblici ne ho solo sedici) dà come unico risultato una carcassa fatiscente che, arrancando sui binari, si ferma infine sbuffando davanti a te. Dentro al treno persino l’aria è appiccicosa al punto che tu stesso senti di starti trasformando in una big bubble sputata e, a guardare gli altri passeggeri, non sapresti dire se è il trucco sulla loro faccia a sciogliersi o la loro faccia. Scendi, una miss nel suo perfetto abitino nero che avanza a passi larghi stile negraccio di Harlem, troppo stanca per darsi un contegno, gli occhi contornati da una non più precisa linea nera sono lanciarazzi che sparano a zero su tutti, la testa tra le spalle e la peggior cicca della stagione stretta tra i denti. Nemmeno il tempo di salire in corriera ( il rimpatrio è lungo) che già il tuo cervello si prolunga nelle sue sinapsi artificiali alimentate dall’mp3 mentre tu punti verso un posto libero caracollando come l’intro di Lazy dei Deep Purple per buttarti infine sul sedile senza far caso alla forma che prende il tuo corpo accasciandosi. Fame, sete, sonno, pipì. Tu, nella tua bottiglia di vetro opaco da cui non vedi bene il mondo fuori e tantomeno lo senti. Cerchi di ascoltare i tuoi pensieri ma no percepisci che un borbottio anche se intravedi il tuo super-ego farsi strada in quel groviglio polveroso di macerie post esame che è la tua mente. Generalmente rigido che nemmeno le SS, sembra anche lui provato adesso e anziché aggredirti per la tua costante inadeguatezza, ti chiede, perplesso, quale sia l’età in cui si smette di tenere i piedi sui sedili e di ascoltare i metallica a palla. Insomma, hai passato il quinto di secolo, forse dovresti stare a gambe accavallate con la schiena dritta a leggere un libro. Il super-ego, come sempre, ha ragione ma contro un corpo enorme atteggiato a cetaceo arenato non c’è nulla da fare. La grazia femminile fa i bagagli e ti saluta. Ricambi con un verso noncurante: il tuo solo obiettivo ora è il devasto (ma già sai che finirai addormentata davanti alla tv).