domenica 16 ottobre 2011

Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti.


Camminavo lungo la strada statale appena fuori dalla città. Una di quelle strade che pare ci passino solo camion, a tutta velocità, quasi a voler sfidare i guard rail sfrecciandoci a fianco a tre centimetri di distanza. Una di quelle strade che l’unica pseudo forma di vita con cui hanno a che fare da anni è la nutria che (un paio di giorni prima, ad occhio) ha sfidato fatalmente la sorte tentando di attraversare, e di cui ora mi accingevo ad evitare la carogna. Il fiume da una parte, le fabbriche dall’altra. Il cadavere appiattito all’asfalto che avevo lasciato qualche passo indietro sembrava seguirmi, memento mori di serie b, ma sapevo bene che a perseguitarmi erano solo (come sempre) i miei macabri presentimenti di morte imminente a cui la mia mente corrotta dai film voleva tuttavia dare le sembianze di una vorace nutria zombie. L’acqua grigia che scorreva impetuosa alla mia destra non dava tregua alle alghe transgeniche del suo letto che presto o tardi sarebbero state trascinate via dalla corrente, alimentata da una tempesta che durava ormai da giorni. Niente resiste alla forza dell’acqua. Tutto prima o poi scorre via. Panta rei os potamos, giusto, Eraclito? Io stesso, col mio misero ombrello sotto la pioggia, che grazie a dio per il momento cadeva dritta e leggera, sarei scorso via. Come una putrida alghetta viscida tra il turbinio delle onde. Già, perché il mio Rei (scorrere, in greco) sarebbe stato più un dia-rei (scorrere attraverso). Attraverso le possibilità che la vita mi aveva offerto e che avevo rifiutato, attraverso le mille parole d’amore che mi erano state rivolte e che avevo sempre schernito, attraverso la droga, il fumo, l’alcol ed altri simpatici compagni di viaggio con cui da anni mi intrattenevo più del dovuto. Dia rei. Diarrea. Sarei sparito peggio di una merda risucchiata dallo sciacquone. Magari adesso, scivolando fatalmente lungo l’argine. Mi immaginai la mia foto sotto un tragico titolo mediatico, di quelli che piacciono tanto al giornale locale, tipo travolto dalla bufera muore a vent’anni, e il lamento composto della mia famiglia up town. Avrei avuto i miei minuti di fama, se non altro. Con tutti i corollari che ne sarebbero derivati. Giorgia avrebbe ritagliato l’articolo e l’avrebbe posto come sfondo scenografico per il suo altarino- presepio in mio onore, arricchito _ogni qual volta il suo amore latente per me rischiava di emergere dalle profondità della sua pudicizia_ da qualche obbrobrioso feticcio (una figurina da me scartata, una gomma da cancellare che anni fa le avevo lanciato in testa dall’angolo dell’aula di inglese et cetera). La zia e lo zio si sarebbero in cuor loro sentiti in colpa per l’odio che poco discretamente nutrivano nei miei confronti. La comunità intera ne avrebbe parlato per almeno una settimana (sentito Warhol? Una settimana!) e forse una minima parte del resto dello Stato ne avrebbe avuto notizia e ci avrebbe pensato per qualche istante. Ma la morte, quella vera, sarebbe sopraggiunta solo dopo. Quella più inspiegabile, quella meno dolorosa fisicamente ma inconcepibile e lacerante mentalmente. La morte della memoria di sé. La scomparsa totale (to-ta-le) dall’universo e l’impossibilità di farvi ritorno. Warhol, tu sei stato famoso per ben più di quindici minuti e grazie alle tue gigantografie e serigrafie e zuppe Campbell e quant’altro forse lo sarai per sempre e quella stupida operazione chirurgica non ti ha ucciso perché ti eri da tempo premunito contro la morte racchiudendo giorno dopo giorno parti centellinate della tua anima nelle opere che ora, in tutto il mondo, ti danno ancora voce. Ma per noi l’unico modo per sperare di ottenere anche meno di un quarto d’ora di fama è la morte. Ma, se sopraggiungerà quando saremo troppo vecchi, nemmeno quella allora servirà.
Continuai a camminare pestando con la consueta rabbia la striscia bianca che definiva il limite della carreggiata, solo raramente incrociando la mia via con quella di qualche rospo suicida che dal fiume si gettava in strada, ignaro.

domenica 18 settembre 2011

trousse d'une La (parte sesta)

Ti svegli la domenica mattina e non sei nel tuo letto. Non sei nemmeno a casa tua. Qualcuno sta giocando a basket nel tuo stomaco e senti che qualche altro microstronzo  ha scelto il tuo cervello come campo per una partita di pelote. Provi ad alzarti ma senti dei portentosi insulti giungerti da tutte le membra del tuo corpo. Finestre aperte, porta aperta. Sei completamente sola. Sai che avrai bisogno di un’aspirina al più presto o quel letto (ehi ma, non è un letto, è un divano) diventerà la tua tomba. Hai anche fame forse ma non puoi ingerire niente finche non sei sicura che non farà la stessa fine di quella roba verde e marrone che non ricordavi di aver mangiato e che hai lasciato in dono poche ore prima al water (tuo principale compagno della serata, un po’ freddo forse, ma non riuscivi a smettere di abbracciarlo).  Mentre speri che una squadra speciale si introduca nell’appartamento e ti scorti fino a casa in elicottero, ti arriva un messaggio del tuo ex: ‘stai ancora male?’ Certo che sto male, è da due mesi che sto male, che ogni sera trangugio litri di alcol per non pensare a te, per dimenticarmi di essere stata dimenticata, per evitare che i miei programmi per la notte comprendano il suicidio. Se sto male? Certo che sto male, lo stomaco mi dice qualcosa tipo brlbrlbbbrrllorrl che io traduco con ‘smettila di torturarmi’. Sto male. Ma stavo male anche prima di aver bevuto, quando ancora mi rendevo conto che non potevi ascoltarmi perchè il tuo unico pensiero, caro il mio amico, era solo di non volerti perdere neanche un minuto dello sfavillante sabato sera in centro, anche se quel minuto sarebbe stato uguale al minuto precedente e a quello successivo, e sarebbe stato uguale anche a tutti i minuti della sera prima e di quella prima ancora. Irripetibile insomma.

Ti alzi, bevi dell’acqua e la sensazione che hai è che qualcosa nel tuo stomaco stia straripando. Frughi nella dispensa: un aulin scaduto, meglio di niente, prendiamolo. Cerchi di sistemare il divano su cui hai dormito tra un vomito e l’altro (e inizi a credere che la ciliegina sulla torta sia stato quel c’è posta per te che ti sei ritrovata a guardare dal fondo abissale della tua ubriachezza, incapace anche solo di voltare lo sguardo per cercare il telecomando con cui cambiare canale). La giornata è grigia, forse l’estate è finita e ieri notte hai inconsciamente brindato al suo funerale con prugna e vodka _non voglio nemmeno pensarci, mi tornano i conati. E tu che dovevi andare al mare..  Ti vesti, ti lavi i denti mentre una specie di strega verde con delle serpi al posto dei capelli ti guarda dallo specchio con due occhi neri che manco la morte. Chiudi tutto, scendi in strada e la normale vita cittadina ti sbatte in faccia la sua vitalità. Tu, come catapultata in un’altra dimensione, senti che il tuo colorito sta passando dal verde al viola ma devi tenere duro, mettere un piede davanti all’altro e guardare dritto. La strada verso casa è lunga e ti sembra che la tua testa sia stata sostituita con un bus londinese, di quelli rossi a due piani. Credi di cominciare a capire come può sentirsi un barbone che abbia passato la notte in stazione con la sola compagnia di una bottiglia di vino in cartone. ‘Mai più’ menti a te stessa.

sabato 10 settembre 2011

Pilgrim

Solo una volta prima gli era capitato di pensare di voler uccidere qualcuno. Aveva tredici anni allora. Il professore di ginnastica, un aitante quarantenne leggermente stempiato, l'aveva trattenuto alla fine della lezione per fargli sapere quant'era scarso in salto in alto e in tutto il resto e come avrebbe sempre fallito nella vita. Uno predica che aveva tutta l'aria di non avere alcun fine pedagogico ma che tradiva una certa rabbia quasi patologica a giudicare dagli ambigui sbalzi di voce. Non è che il professore di ginnastica ce l'avesse con lui. Il professore di ginnastica ce l'aveva con tutti. Era frustrato, girava sempre in tuta (di quelle viola e verde acqua, molto anni ottanta), anche la domenica, perchè aveva dedicato tutta la sua vita allo sport e si era accorto troppo tardi che tale scelta non era stata delle più felici e che le soddisfazioni non compensavano che in minima parte i sacrifici. E così sfogava il suo odio umiliando gli alunni ciccioni e importunando le alunne ben fornite. Per quel giorno invece aveva scelto proprio Geoffrey come vittima sacrificale per placare il suo rancore incondizionato verso la specie umana. Ma Geoffrey, allora neanche adolescente per l'appunto, non era tipo da calarsi le braghe e glielo si leggeva in quelle sopracciglia perennemente aggrottate che sembravano saperla lunga sulle inevitabili e quasi strutturali ingiustizie del mondo. Sicchè la risposta del giovane all'inutile ramanzina inacidita fu qualcosa come 'è vero, sono una schiappa e forse non avrò mai i suoi muscoli ma se non altro la mia intelligenza mi trattiene dal credere che questo sia indispensabile per la vita, cosa che dovrebbe iniziare a pensare anche lei.' Lunga pausa. 'Senza offesa'. Un azzardo che aveva tutto il sapore di una sottile e tagliente vendetta. E il professore di ginnastica, senza rendersi conto che così facendo non faceva che dare ragione alle parole di quello sfrontato ragazzino, gli rifilò un venti centimetri di palmo dritti dritti sulla guancia che ebbe un portentoso giro di 180 gradi prima di rovinare al suolo. E questo è quanto c'è da dire sul primo ed unico consistente pensiero omicida di Geoffrey. Ma allora non era che uno sbarbatello in preda alle emozioni e agli ormoni. Adesso, però, aveva venticinque anni. E allora perchè, maturato, laureato, navigato e avviato com'era stava concependo un'idea assassina? E non una cosa del tipo se dice un'altra parola l'ammazzo, ma qualcosa del tipo potrei prendere quel coltello che è un po’ sporco di torta alla panna ma va bene lo stesso alzarmi andare in bagno fare il giro per le cucine sbucare da dietro e senza che mi veda piantarglielo nella schiena e sgommare prima che qualcuno se ne accorga. Da un lato il piano cresceva e si perfezionava nella sua mente, quasi vivesse di una propria e autonoma esistenza, d'altro canto nasceva nel suo cuore l'angoscia per ciò che il suo cervello stava concependo. L'opinato omicidio, così dettagliato, aveva un che di spaventosamente insano e Geoffrey sapeva che non poteva imputare tali pensieri solamente all'esasperazione, perchè c'era qualcosa di più.. qualcosa di folle. Perchè si, Catharina, che gli stava davanti con quello sguardo tra l'interrogativo e il beffardo, sorseggiando uno schifido frullato alla fragola con quel suo modo terribilmente fastidioso, l'aveva effettivamente esasperato ma era pur sempre una persona. E non una qualunque. Lei era LA persona. Quella di cui non vorresti mei esserti innamorato perchè sai che non uscirà mai dalla tua vita e dal tuo cuore, nonostante l'amore abbia levato le tende da anni. Gli stava davanti, insomma, e pretendeva che lui rispondesse e certe sue domande incomprensibili, quasi impossibili da concepire, frutto evidentemente di trip mentali inimmaginabili che andavano a scavare un ultimo, impalpabile, improbabile ma possibile pretesto per litigare (diaboliche macchinazioni femminili che nascondono tanta tristezza e un disperato silente grido di aiuto). Ma che vuole ancora da me? Catharina gli aveva letteralmente rovinato la vita negli ultimi tempi, l'aveva soffocato col suo bisogno d'amore a cui lui aveva sempre atteso soddisfando i suoi bisogni materiali. Erano finiti in un circolo vizioso che aveva risucchiato loro ogni possibile voglia di amare, se mai ne avessero avuta (chi avrebbe potuto dirlo ora come ora?). Si erano lasciati e lui l'aveva immediatamente dimenticata, nel senso che finalmente sentiva di poter respirare. Lei, al contrario, accusava mancanza di ossigeno. Solo il cameriere (altro caffè?) riuscì ad interrompere momentaneamente i suoi machiavellici pensieri di morte. Quel fulvo giovane era incredibilmente simile al lavavetri degli uffici di suo padre, dove ora lavorava anche lui. Il lavavetri.. sospeso ogni giorni a metri e metri di altezza, lucidava le finestre quasi per schiarirsi la vista verso un mondo fittizio, un mondo fatto di vite di altri, essendogli reclusa la realtà terrena. Ma subito Catharina aveva ripreso il discorso. Ora stava parlando di Giovanna, la sua amica nana dal viso inaspettatamente armonioso, a differenza di tutto il resto del corpo. Quando non prendeva gli ormoni Giovanna era depressa e aveva la nausea, ma questo non accadeva quasi mai perchè si ricordava sempre le sue medicine e questo le permetteva di accettare la vita con una certa invidiabile filosofia. A sentirla parlare si sarebbe detto che l'atrofia muscolare fosse roba da niente e la consapevolezza di dover morire prima di tutti gli altri una cosa normale. Incredibile Giovanna, lei e il suo incurabile amore per il tabacco. Ma che diceva di Giovanna? Era già passata ad un altro discorso, impossibile starle dietro. Il coltello della torta attirava potente ed ipnotico lo sguardo di Geoffrey. Come giustificare tanta aggressività in procinto di esplodere? In realtà negli ultimi tempi aveva iniziato a nutrire seri dubbi sulla natura delle relazioni. Non era più sicuro della genuinità dei rapporti umani, anzi, presentiva il serpeggiare di un nonsochè di perverso, una sorta di malefico artificio che sottendeva i legami affettivi, quasi che questi ultimi non fossero altro che esili ponticelli tra una persona e l'altra, ponticelli che non facevano che sublimare e mal celare l'oscuro mare di solitudine e odio latente che circonda ognuno. Dunque l'amore non sarebbe che una bugia, una menzogna fatta di una fitta trama di menzogne, destinate tuttavia a cedere, a lacerarsi, a strapparsi lasciando intravedere il marcio per poi logorarsi definitivamente e sprofondare nel suo sottosuolo che non ha mai smesso di ribollire. Ma più si convinceva di ciò e meno tentava di prendere provvedimenti per ovviarvi. (Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Infatti, il diretto, legittimo, immediato frutto della coscienza è l'inerzia, cioè il cosciente starsene a mani conserte.. Dostoevskij docet). Intanto il coltello assumeva sempre più l'aspetto di una mannaia e il luccichio del suo acciaio sembrava brillare con maggiore ostentazione facendosi strada tra i residui di panna montata ormai sciolta.

mercoledì 20 luglio 2011

prosodia


Sono quasi le tre, spero di addormentarmi, non so se mi farà male dormire qui a fianco a te ma comunque questo letto è grande , insomma, sarà un po’ come dormire soli, penso io, se mi giro, se mi stendo su di un fianco, il destro, come sempre, per non dare la schiena al vuoto della stanza, potrò inventare di essere sola e credo che non sarà difficile dal momento che, si, sei qui a qualche centimetro da me, qui steso e mi guardi ma non mi ami da giorni, da mesi, non mi tocchi, non mi baci perciò ok, devo fingere che tu non ci sia ma tu per me non ci sei più davvero, so che questa notte non mi cercherai sotto le lenzuola, non mi considererai più che un ammasso di membra buttato inerte vicino a te, non certo l’amore perduto che fragile e spaventato torna, torna a rintanarsi nel tuo letto, in cerca di calore forse, si, ma con rassegnazione e umiltà, troppe volte ti ho chiesto di abbracciarmi, e di baciarmi, sono stanca anch’io sai, la speranza mi consuma lentamente ma io so, so di non contare più nulla, e chissà da quanto e questo mi uccide ma io lo so, so che è così e non devo far altro che convivere con la rassegnazione e lasciare che questa distrugga tutto intorno a sé, che non lasci forme di vita e allora potrò ricominciare, in mezzo al deserto, ricomincerò e dio, spero di farlo presto perché il mio fisico ne sta risentendo, ha sete, sete, sete del tuo amore, sete del tuo interesse, ma tu non mi cerchi, è bastato dire fine e mi hai cancellata e io adesso sono nella merda ma ehi, ne uscirò, o forse ne morirò, non ha importanza, l’importante è solo che tutto questo finisca e che passi questa notte, questa notte così vicini ma mai così lontani, il ghiaccio, la steppa, l’oceano tra me e te, e tu non senti che il sonno mentre io il freddo del ghiacciaio, il vento della steppa, il buio dell’oceano, io li sento tutti, ne sono attraversata, non so come sostenerli, si dibattono dentro il mio piccolo corpo, vorrei solo poterli liberare ma non ci riesco, uscite dannazione.
‘Sai cosa mi farebbe dormire bene? Il sesso.’
Pazza, povera pazza, mendicare del sesso così, certo che ti farebbe stare bene ma se poi ti addormenterai non sarà per quei cinque o sei secondi di orgasmo ma per le lacrime che ne verranno dopo, ma cosa non faresti per avere ancora un po’ di lui, per fingere, qualche minuto, di essere ancora sua, La Sua, vi prendete e poi che resta? Il vuoto, inaccettabile, la tua solitudine, solo quella è reale, tu hai amato, tu hai sofferto, tu hai deciso e tutto per te è sempre stato più difficile e ora anche per un po’ di sesso devi provare dolore, il dolore dell’abbandono, dell’umiliazione, della dimenticanza, il peggiore, ma non importa, sia sesso, adesso, o morirò qui di asfissia.
Mi prende, mi bacia le spalle, mi mette su di lui, la mia schiena contro la sua pancia, non ci guardiamo, invece guardiamo nella stessa direzione e dicono che l’amore sia proprio questo, ma che ne sanno, inutili frasi fatte, la sua mano su tutto il mio corpo, lascia solo brividi di piacere dove passa, ovunque, le braccia, le gambe e la schiena mi si inarca riconoscente, gli occhi chiusi, prendimi, le dita cercano, entrano, estraggono, è morbido, bagnato e io non resisto, perdo la testa, entra dentro di me, caldo, grosso, muoviti, dio, ti sento, mi dici qualcosa, ma non so, non ascolto, odo solo il suono della tua voce che pure fa l’amore con le mie orecchie.
Quando il vortice si placa, mi trovo di nuovo sola nel buio, fronte verso la stanza. Vuoto, come previsto, lo sapevo, ma che pretendevo, che ne sia valsa la pena? non lo so, né mi interessa, non mi importa nulla di me, né del mio corpo, litri di alcol, fumo, sesso, degradati, non mi importa. Non siete voi a uccidermi lentamente, non voi, vizi umani, trascurabili vizi. Non voi ma la rabbia deplorevole, la disperazione, orribile. Non ho più dignità, elemosino quello che posso per non crepare di sete ma crepare è quello che dovrei.
E poi le due parole più dolorose, sempre fissando il nero sprezzante, quelle parole che è come estrarsi un macigno dal cuore, come sfilare una spada che ti trapassa da parte a parte, fa così male che vorresti morire, si, lo vorrei, sparire, ma devo, devo dirlo, non so nemmeno se sia vero ma finche lo dico mi manca il fiato, mi manca tutto, la vita, la speranza, finche lo dico tutto si sopprime, e resto solo io, nuda e sola in mezzo ad un mondo enorme e desolato e ho freddo, datemi dei vestiti oppure sparatemi, fa malissimo, le lacrime scendono e che ci posso fare, scendete, non vi posso fermare, ci ho provato in passato, ma non c’è nulla da fare, contro un fiume in piena, le guance inondate, e io lo dico e facendolo abbandono l’ultimo briciolo di dignità e non sono più niente che valga ai tuoi occhi, più niente, meno anche di prima se possibile. Addio, o meglio:
‘Ti amo.’

martedì 5 luglio 2011

impression soleil levant


Voleva una macchina fotografica. Non una qualsiasi. Una reflex. Già si immaginava a caccia di soggetti, intrappolare in un’immagine ciò che non potrebbe durare che una frazione di secondo, perché, mentre ancora credi che sia presente, è già passato. Lo stimolava l’idea di parcellizzare il tempo catturandolo attimo dopo attimo, creando così una collana di perle che si susseguono tutte attaccate ma tutte in piena autonomia. Quanta bellezza, e l’obiettivo sarebbe stato l’unico tramite tra lui e la natura, e il solo mezzo che gli permettesse di avere per sé piccoli scorci di magiche vedute lasciando inalterato il mondo. Beh, forse a sollazzarlo era anche l’idea di un se stesso dall’aria solitaria e pensierosa con la macchina fotografica che pende dal collo come una targa che dice ‘libero professionista’, ma intendendo con ‘libero’ vagante gli ecosistemi in piena indipendenza. E poi dai, vuoi mettere una bella Nikon D90 alla mano? Chi non l’avrebbe notato? Non era solito fermarsi e indugiare su riflessioni introspettive ma intuiva che una parte del suo fragile essere non si sentiva accettata dalla società esterna, e se il corpo da solo non riusciva a farsi valere, forse un suo plastico pseudo prolungamento scattante ci sarebbe riuscito. Avrebbe potuto fare di lui ciò che non sembrava, ammantarlo di un’aurea di mistero, renderlo ‘interessante’ (termine che lui stesso usava come maggior metro di giudizio per valutare le persone). La sua ragazza, dal canto suo, non capiva questa fissazione. Fare foto è divertente ma da qui a passare i giorni nella totale ossessione di comprarsi una macchinetta super costosa ne passava. Lo biasimava, ma da un lato era divertita e aspettava di vedere come sarebbe andata a finire (la sua predizione era che, dopo qualche foto ben riuscita, la povera reflex avrebbe passato il resto dei suoi giorni a impolverarsi tenendo compagnia alla montagna di cianfrusaglie accumulatesi negli anni, o forse nei secoli). Il suo ragazzo non aveva bisogno di attributi aggiuntivi ma non era nemmeno tipo da restare vittima del consumismo e di credere necessari dei bisogni indotti. Il che rendeva il tutto ancora più inspiegabile. Come tutto il suo impenetrabile universo, del resto. Grandi occhi chiari che sembravano avere la sola funzione di riflettere il cielo, la voce bassa che sembrava risuonare al solo scopo di non lasciare troppo spazio al silenzio. Ma cosa si nascondeva dietro quello sguardo e a quelle parole quasi sussurrate? Era così semplice come sembrava? Lui pensava che per essere ‘interessante’ dovesse annichilire il suo mondo interiore e omologare i suoi discorsi a quelli degli altri (così banali, pensava lei, e lui che sembrava brillare in mezzo alla massa, perché non vedeva che la sua luce era più forte di tutte quelle grigie e tremolanti fiammelle che lo circondavano? Forse aveva veramente bisogno di incanalare tutta quella ingestibile luminosità attraverso il flash di una macchina fotografica e affrontarla così un po’ per volta ..). Gli altri, i leggendari e tanto acclamati altri, trascinavano le loro esistenze nei sabati sera più alcolici e nauseabondi, facendo vertere le loro conversazioni su clichè più che consumati ma che la loro micro società aveva imposto come imprescindibilmente divertenti, e sbuffavano catrame nello spostarsi da un bar all’altro, gli altri, vecchie automobili dalla marmitta schifosamente fumante. Lui deplorava un tale sperpero di soldi e potenziali capacità mentali, ma li seguiva quasi che loro fossero il miglior modello di sempre, e credeva che il tempo che trascorreva con loro fosse un distillato di giovinezza da cui beveva avidamente pur senza trarre evidenti benefici, e lo chiamava felicità. E il suo piccolo se stesso lo guardava dal fondo dei suoi occhi vividi sentendosi un po’ tradito e per nulla apprezzato e lentamente si ritirava. La sua ragazza, pur non capendo, pensava che forse, tutto sommato, una macchina fotografica poteva essere utile, se non altro a tentare di salvare il ‘piccolo se stesso’ del suo lui che di quando in quando lanciava labili segnali luminosi di aiuto. Lei li vedeva brillare nei suoi occhi e pensava ‘ non temere’.

lunedì 4 luglio 2011


Tace e si ricorda con pensieri pieni di tristezza
dei suoi morti lontani.
Lo ho offerto a parecchi, nessuno però lo ha voluto.
L'ho messo in vendita in tutte le vie,
nessuno lo ha voluto - non sa ridere!
Cosa devo fare col mio amore?
Lasciare lo voglio ai miei morti.
H. Hesse