domenica 18 settembre 2011

trousse d'une La (parte sesta)

Ti svegli la domenica mattina e non sei nel tuo letto. Non sei nemmeno a casa tua. Qualcuno sta giocando a basket nel tuo stomaco e senti che qualche altro microstronzo  ha scelto il tuo cervello come campo per una partita di pelote. Provi ad alzarti ma senti dei portentosi insulti giungerti da tutte le membra del tuo corpo. Finestre aperte, porta aperta. Sei completamente sola. Sai che avrai bisogno di un’aspirina al più presto o quel letto (ehi ma, non è un letto, è un divano) diventerà la tua tomba. Hai anche fame forse ma non puoi ingerire niente finche non sei sicura che non farà la stessa fine di quella roba verde e marrone che non ricordavi di aver mangiato e che hai lasciato in dono poche ore prima al water (tuo principale compagno della serata, un po’ freddo forse, ma non riuscivi a smettere di abbracciarlo).  Mentre speri che una squadra speciale si introduca nell’appartamento e ti scorti fino a casa in elicottero, ti arriva un messaggio del tuo ex: ‘stai ancora male?’ Certo che sto male, è da due mesi che sto male, che ogni sera trangugio litri di alcol per non pensare a te, per dimenticarmi di essere stata dimenticata, per evitare che i miei programmi per la notte comprendano il suicidio. Se sto male? Certo che sto male, lo stomaco mi dice qualcosa tipo brlbrlbbbrrllorrl che io traduco con ‘smettila di torturarmi’. Sto male. Ma stavo male anche prima di aver bevuto, quando ancora mi rendevo conto che non potevi ascoltarmi perchè il tuo unico pensiero, caro il mio amico, era solo di non volerti perdere neanche un minuto dello sfavillante sabato sera in centro, anche se quel minuto sarebbe stato uguale al minuto precedente e a quello successivo, e sarebbe stato uguale anche a tutti i minuti della sera prima e di quella prima ancora. Irripetibile insomma.

Ti alzi, bevi dell’acqua e la sensazione che hai è che qualcosa nel tuo stomaco stia straripando. Frughi nella dispensa: un aulin scaduto, meglio di niente, prendiamolo. Cerchi di sistemare il divano su cui hai dormito tra un vomito e l’altro (e inizi a credere che la ciliegina sulla torta sia stato quel c’è posta per te che ti sei ritrovata a guardare dal fondo abissale della tua ubriachezza, incapace anche solo di voltare lo sguardo per cercare il telecomando con cui cambiare canale). La giornata è grigia, forse l’estate è finita e ieri notte hai inconsciamente brindato al suo funerale con prugna e vodka _non voglio nemmeno pensarci, mi tornano i conati. E tu che dovevi andare al mare..  Ti vesti, ti lavi i denti mentre una specie di strega verde con delle serpi al posto dei capelli ti guarda dallo specchio con due occhi neri che manco la morte. Chiudi tutto, scendi in strada e la normale vita cittadina ti sbatte in faccia la sua vitalità. Tu, come catapultata in un’altra dimensione, senti che il tuo colorito sta passando dal verde al viola ma devi tenere duro, mettere un piede davanti all’altro e guardare dritto. La strada verso casa è lunga e ti sembra che la tua testa sia stata sostituita con un bus londinese, di quelli rossi a due piani. Credi di cominciare a capire come può sentirsi un barbone che abbia passato la notte in stazione con la sola compagnia di una bottiglia di vino in cartone. ‘Mai più’ menti a te stessa.

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