mercoledì 20 luglio 2011

prosodia


Sono quasi le tre, spero di addormentarmi, non so se mi farà male dormire qui a fianco a te ma comunque questo letto è grande , insomma, sarà un po’ come dormire soli, penso io, se mi giro, se mi stendo su di un fianco, il destro, come sempre, per non dare la schiena al vuoto della stanza, potrò inventare di essere sola e credo che non sarà difficile dal momento che, si, sei qui a qualche centimetro da me, qui steso e mi guardi ma non mi ami da giorni, da mesi, non mi tocchi, non mi baci perciò ok, devo fingere che tu non ci sia ma tu per me non ci sei più davvero, so che questa notte non mi cercherai sotto le lenzuola, non mi considererai più che un ammasso di membra buttato inerte vicino a te, non certo l’amore perduto che fragile e spaventato torna, torna a rintanarsi nel tuo letto, in cerca di calore forse, si, ma con rassegnazione e umiltà, troppe volte ti ho chiesto di abbracciarmi, e di baciarmi, sono stanca anch’io sai, la speranza mi consuma lentamente ma io so, so di non contare più nulla, e chissà da quanto e questo mi uccide ma io lo so, so che è così e non devo far altro che convivere con la rassegnazione e lasciare che questa distrugga tutto intorno a sé, che non lasci forme di vita e allora potrò ricominciare, in mezzo al deserto, ricomincerò e dio, spero di farlo presto perché il mio fisico ne sta risentendo, ha sete, sete, sete del tuo amore, sete del tuo interesse, ma tu non mi cerchi, è bastato dire fine e mi hai cancellata e io adesso sono nella merda ma ehi, ne uscirò, o forse ne morirò, non ha importanza, l’importante è solo che tutto questo finisca e che passi questa notte, questa notte così vicini ma mai così lontani, il ghiaccio, la steppa, l’oceano tra me e te, e tu non senti che il sonno mentre io il freddo del ghiacciaio, il vento della steppa, il buio dell’oceano, io li sento tutti, ne sono attraversata, non so come sostenerli, si dibattono dentro il mio piccolo corpo, vorrei solo poterli liberare ma non ci riesco, uscite dannazione.
‘Sai cosa mi farebbe dormire bene? Il sesso.’
Pazza, povera pazza, mendicare del sesso così, certo che ti farebbe stare bene ma se poi ti addormenterai non sarà per quei cinque o sei secondi di orgasmo ma per le lacrime che ne verranno dopo, ma cosa non faresti per avere ancora un po’ di lui, per fingere, qualche minuto, di essere ancora sua, La Sua, vi prendete e poi che resta? Il vuoto, inaccettabile, la tua solitudine, solo quella è reale, tu hai amato, tu hai sofferto, tu hai deciso e tutto per te è sempre stato più difficile e ora anche per un po’ di sesso devi provare dolore, il dolore dell’abbandono, dell’umiliazione, della dimenticanza, il peggiore, ma non importa, sia sesso, adesso, o morirò qui di asfissia.
Mi prende, mi bacia le spalle, mi mette su di lui, la mia schiena contro la sua pancia, non ci guardiamo, invece guardiamo nella stessa direzione e dicono che l’amore sia proprio questo, ma che ne sanno, inutili frasi fatte, la sua mano su tutto il mio corpo, lascia solo brividi di piacere dove passa, ovunque, le braccia, le gambe e la schiena mi si inarca riconoscente, gli occhi chiusi, prendimi, le dita cercano, entrano, estraggono, è morbido, bagnato e io non resisto, perdo la testa, entra dentro di me, caldo, grosso, muoviti, dio, ti sento, mi dici qualcosa, ma non so, non ascolto, odo solo il suono della tua voce che pure fa l’amore con le mie orecchie.
Quando il vortice si placa, mi trovo di nuovo sola nel buio, fronte verso la stanza. Vuoto, come previsto, lo sapevo, ma che pretendevo, che ne sia valsa la pena? non lo so, né mi interessa, non mi importa nulla di me, né del mio corpo, litri di alcol, fumo, sesso, degradati, non mi importa. Non siete voi a uccidermi lentamente, non voi, vizi umani, trascurabili vizi. Non voi ma la rabbia deplorevole, la disperazione, orribile. Non ho più dignità, elemosino quello che posso per non crepare di sete ma crepare è quello che dovrei.
E poi le due parole più dolorose, sempre fissando il nero sprezzante, quelle parole che è come estrarsi un macigno dal cuore, come sfilare una spada che ti trapassa da parte a parte, fa così male che vorresti morire, si, lo vorrei, sparire, ma devo, devo dirlo, non so nemmeno se sia vero ma finche lo dico mi manca il fiato, mi manca tutto, la vita, la speranza, finche lo dico tutto si sopprime, e resto solo io, nuda e sola in mezzo ad un mondo enorme e desolato e ho freddo, datemi dei vestiti oppure sparatemi, fa malissimo, le lacrime scendono e che ci posso fare, scendete, non vi posso fermare, ci ho provato in passato, ma non c’è nulla da fare, contro un fiume in piena, le guance inondate, e io lo dico e facendolo abbandono l’ultimo briciolo di dignità e non sono più niente che valga ai tuoi occhi, più niente, meno anche di prima se possibile. Addio, o meglio:
‘Ti amo.’

martedì 5 luglio 2011

impression soleil levant


Voleva una macchina fotografica. Non una qualsiasi. Una reflex. Già si immaginava a caccia di soggetti, intrappolare in un’immagine ciò che non potrebbe durare che una frazione di secondo, perché, mentre ancora credi che sia presente, è già passato. Lo stimolava l’idea di parcellizzare il tempo catturandolo attimo dopo attimo, creando così una collana di perle che si susseguono tutte attaccate ma tutte in piena autonomia. Quanta bellezza, e l’obiettivo sarebbe stato l’unico tramite tra lui e la natura, e il solo mezzo che gli permettesse di avere per sé piccoli scorci di magiche vedute lasciando inalterato il mondo. Beh, forse a sollazzarlo era anche l’idea di un se stesso dall’aria solitaria e pensierosa con la macchina fotografica che pende dal collo come una targa che dice ‘libero professionista’, ma intendendo con ‘libero’ vagante gli ecosistemi in piena indipendenza. E poi dai, vuoi mettere una bella Nikon D90 alla mano? Chi non l’avrebbe notato? Non era solito fermarsi e indugiare su riflessioni introspettive ma intuiva che una parte del suo fragile essere non si sentiva accettata dalla società esterna, e se il corpo da solo non riusciva a farsi valere, forse un suo plastico pseudo prolungamento scattante ci sarebbe riuscito. Avrebbe potuto fare di lui ciò che non sembrava, ammantarlo di un’aurea di mistero, renderlo ‘interessante’ (termine che lui stesso usava come maggior metro di giudizio per valutare le persone). La sua ragazza, dal canto suo, non capiva questa fissazione. Fare foto è divertente ma da qui a passare i giorni nella totale ossessione di comprarsi una macchinetta super costosa ne passava. Lo biasimava, ma da un lato era divertita e aspettava di vedere come sarebbe andata a finire (la sua predizione era che, dopo qualche foto ben riuscita, la povera reflex avrebbe passato il resto dei suoi giorni a impolverarsi tenendo compagnia alla montagna di cianfrusaglie accumulatesi negli anni, o forse nei secoli). Il suo ragazzo non aveva bisogno di attributi aggiuntivi ma non era nemmeno tipo da restare vittima del consumismo e di credere necessari dei bisogni indotti. Il che rendeva il tutto ancora più inspiegabile. Come tutto il suo impenetrabile universo, del resto. Grandi occhi chiari che sembravano avere la sola funzione di riflettere il cielo, la voce bassa che sembrava risuonare al solo scopo di non lasciare troppo spazio al silenzio. Ma cosa si nascondeva dietro quello sguardo e a quelle parole quasi sussurrate? Era così semplice come sembrava? Lui pensava che per essere ‘interessante’ dovesse annichilire il suo mondo interiore e omologare i suoi discorsi a quelli degli altri (così banali, pensava lei, e lui che sembrava brillare in mezzo alla massa, perché non vedeva che la sua luce era più forte di tutte quelle grigie e tremolanti fiammelle che lo circondavano? Forse aveva veramente bisogno di incanalare tutta quella ingestibile luminosità attraverso il flash di una macchina fotografica e affrontarla così un po’ per volta ..). Gli altri, i leggendari e tanto acclamati altri, trascinavano le loro esistenze nei sabati sera più alcolici e nauseabondi, facendo vertere le loro conversazioni su clichè più che consumati ma che la loro micro società aveva imposto come imprescindibilmente divertenti, e sbuffavano catrame nello spostarsi da un bar all’altro, gli altri, vecchie automobili dalla marmitta schifosamente fumante. Lui deplorava un tale sperpero di soldi e potenziali capacità mentali, ma li seguiva quasi che loro fossero il miglior modello di sempre, e credeva che il tempo che trascorreva con loro fosse un distillato di giovinezza da cui beveva avidamente pur senza trarre evidenti benefici, e lo chiamava felicità. E il suo piccolo se stesso lo guardava dal fondo dei suoi occhi vividi sentendosi un po’ tradito e per nulla apprezzato e lentamente si ritirava. La sua ragazza, pur non capendo, pensava che forse, tutto sommato, una macchina fotografica poteva essere utile, se non altro a tentare di salvare il ‘piccolo se stesso’ del suo lui che di quando in quando lanciava labili segnali luminosi di aiuto. Lei li vedeva brillare nei suoi occhi e pensava ‘ non temere’.

lunedì 4 luglio 2011


Tace e si ricorda con pensieri pieni di tristezza
dei suoi morti lontani.
Lo ho offerto a parecchi, nessuno però lo ha voluto.
L'ho messo in vendita in tutte le vie,
nessuno lo ha voluto - non sa ridere!
Cosa devo fare col mio amore?
Lasciare lo voglio ai miei morti.
H. Hesse