domenica 29 maggio 2011

trousse d'une La (parte seconda)


Nel buio fresco, seduta su un ballatoio affacciato al fiume, circondata dal silenzio solo raramente interrotto dai rumori lontani dei passanti, come ricordi sbiaditi, quasi mi scordavo di essere in città. Col ponte di pietra che poco più in là mi salutava come il cancello dorato di un mondo fantastico, sarei potuta essere ovunque. Notti come questa non fanno parte della mia realtà, sono qualcosa di diverso dalla mia vita, come isole deserte dove rifugiarsi per soddisfare la mente assetata di quiete, come parole dentro le parentesi che, ignare del testo che le circonda, possono raccontare di ciò che desiderano. In sere come questa potresti essere chi vuoi e, paradossalmente, decidi di essere solo te stesso, getti la maschera e corri il rischio riposante e liberatorio di mostrarti.
Così ieri sera, coi capelli stirati (una leggera modifica fisica per favorire l’autenticità interiore) e una canottiera luccicante, ho lasciato che la birra mi aiutasse a tirare fuori senza troppo sforzo la piccola me rannicchiata dietro la scorza di freddezza che mi protegge da anni, lasciando che tutto il silenzio che avevo dentro si facesse finalmente sentire in tutto il suo impeto disarmante senza doversi giustificare. Ho ascoltato avidamente senza interferire e tutto, a un tratto è stato chiaro. Tutto è stato chiaro quando i miei occhi si sono lasciati catturare dagli edifici specchiati sulla superficie dell’acqua fluviale. Quelle scure case increspate e rovesce stavano vivendo come tutto ciò che di reale ci circondava eppure non erano che l’immagine riflessa di qualcosa di concreto, intangibili, effimere, in balia delle onde leggere. Mi sono dispiaciuta ma poi ho capito. Ho capito che l’inconsistenza non era solo di quelle parvenze ma che è anche e soprattutto l’essenza della natura umana. L’uomo non è che l’ombra di un sogno, scrisse Pindaro. Sapevo che con la luce del giorno mi sarei dimenticata di tutto questo e che l’ansia e la frenesia avrebbero nuovamente ripreso le redini della mia esistenza ma ero contenta, per quell’istante, di vivere la dolce consapevolezza di non essere che un sogno d’ombra.
Quell’anonimo angolo di mondo (ammantato dall’atmosfera di sublimità che solo talvolta la notte concede alle cose) ha accarezzato i miei pensieri. La società e la morale ci impongono di giustificare eticamente e in modo condivisibile le nostre scelte ma non dovremmo invece prendere tutto ciò che ci rende felici fintanto che ne abbiamo la possibilità? Se non siamo più concreti di un’inspiegabile prodotto onirico, non dovremmo forse essere giustificati se tentiamo di approssimare la nostra vita ad un folle sogno più che a un onorevole incubo?

mercoledì 25 maggio 2011

Kingdom Come

‘Cosa bisogna fare per essere considerati degli eroi? Spero che affrontare la quotidianità sia sufficiente.’ Lo specchio le rimandava indietro uno sguardo aggrottato per l’indecisione. Era uno specchio minuscolo, con dietro della colla secca (forse ara stato attaccato a qualcosa un tempo) e sulla superficie non più completamente riflettente le ditate indelebili si stagliavano come reperti stratificati di una vita. Stava seduta al tavolo, un po’ incurvata per centrare meglio il viso entro quel micro rettangolo, coronamento di un instabile totem di libri di cucina che fino ad allora erano serviti sempre e solo come rialzo o base ( per l’albero di natale, per l’abat-jour, per lo specchietto, nella fattispecie). Con la forbice in mano, decisa a farsi una frangetta, si immaginava con un bustino rosso alla Wonder Woman decidendo che le sarebbe stato proprio di merda addosso. La super eroina (eroina?) di tutti i giorni. Anche se forse non aveva più nessun potere con cui sconfiggere lo squallore che la circondava.
 Le vennero in mente la sua infanzia (qualche scorcio tra memoria e sogno, come tutti i ricordi) e la sua ‘baby-sitter’, una bionda con la faccia che era tutto un posticcio di trucco incrostato, pallido tentativo di nascondere la sua vera età. La mamma la chiamava Betti. Betti ormai era di casa, il suo compito ufficiale era badare a lei quando la mamma lavorava, cioè quasi ogni notte, ma ufficiosamente viveva a scrocco nel loro appartamento perché non riusciva a tenersi un impiego che fosse uno per più di due settimane. Il metodo pedagogico comprovato di Betti sembrava essere quello di mettere i pargoli sul divano accanto a sé e far fare loro una bella scorpacciata di prime e seconde serate assolutamente inadatte ad occhi innocenti. Una fanciullezza da servizi sociali, ma lei non sapeva pensarne una diversa. Era stata talmente abituata a trascorrere le serate così che, le rare volte che sua madre era a casa e cercava di mandarla a letto, lei frignava per vedere i programmi che solitamente guardava con il suo secondo pseudo genitore. Le sovvenne, a proposito, quella sera che, spedita a nanna, se n’era rimasta accucciata per un po’ a piagnucolare dietro alla porta da cui filtrava l’unico spiraglio quasi invisibile di luce (aveva sempre avuto paura del buio). Dopo almeno un’ora (o quantomeno, tanto era il tempo che le era sembrato fosse passato) aveva sentito l’ingresso aprirsi, la voce di un uomo pervadere la casa (aveva un tono talmente basso che faceva quasi tremare le finestre) e scherzare con la voce della mamma. La sua ingenua curiosità le aveva subito suggerito di raggiungere la mamma e il suo nuovo misterioso ospite (un principe, forse? O il papà, ancora meglio) in cucina. Così fece e dopo aver attraversato lo scuro e stretto corridoio, la lampadina da 20 watt della cucina illuminò un uomo - come principe lasciava un po’ a desiderare- che col suo braccio peloso cingeva la mamma, evidentemente stordita da qualsiasi cosa si fosse trovato nel bicchiere, ora vuoto e pericolante tra le sue dita lascive. Allora è questo che fanno i grandi di notte? Era piuttosto confusa. Ma certo amore, è solo un gioco. Un gioco.. sua madre liquidava sempre tutto con spiegazioni patetiche persino agli occhi di un bambino e lei si era sempre dovuta arrangiare a riempire le parti mancanti del puzzle con la sua immaginazione. Ma quello non era il momento di rivangare il passato, doveva tagliarsi i capelli. Non aveva mai avuto una testa decente perché, fino a dodici anni a tagliarle i capelli erano state sue madre e Betti armate solo di forbici, per lo più dalla punta arrotondata, posacenere e sigarette anti incazzature da fallimento. Poi aveva preso a tagliarseli lei, limitandosi a spuntarli quando le sembravano troppo lunghi ( non voleva mica assomigliare a quella maschera di cera ambulante, barbie in avanzato stadio di decomposizione della sua baby-sitter). Ma ora, all’età di ventun’ anni, era tempo di cambiare. Con una mano si appiattì i capelli sulla fronte e con l’altra diede un colpo deciso di forbice. Cazzo, è venuta da schifo. Meglio darci una sistemata, così sembro quell’idiota di Luca. Luca il suo ex o, come diceva la sua amica Martina, Luca il cavernicolo. Luca abitava a Sunny Side (così come lei aveva soprannominato il quartiere popolare più grigio della città, meglio conosciuto come San Nicola) e non usciva mai di casa. Lei andava sempre a trovarlo in ciao a Sunny Side. Ma, dopo cinque mesi di Simposon e droga in una stanza tre per due sempre buia, si era stufata e l’aveva piantato così come stava, strombato duro sul divanetto del salotto. Questa frangetta sta venendo sempre più da cani, ma se pensano che andrò a farmela sistemare da una parrucchiera possono pure scordarselo.I capelli cadevano sul maglione verde sformato, unico ricordo di suo padre nonché suo capo d’abbigliamento preferito, e le maniche logore lo confermavano. Ah, papà, se ci fossi qua tu sapresti come aiutarmi. Oppure no, visto che in effetti se n’era andato quando lei aveva tre anni e, anche se sua madre le aveva detto che era morto, lei l’aveva visto qualche volta in giro, apparentemente ricco e stronzo. Troppi ricordi che sarebbero dovuti stare sempre seppelliti. Troppi ricordi e troppi pochi capelli. Si guardò un’ultima volta allo specchietto. Li aveva tagliati quasi a zero.
Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti.
M. Duchamp

colorfield


 Di che altra prova abbiamo bisogno?  Non basta forse che l’universo viva sorretto da leggi perfette? Certo, noi non siamo più in grado di parlare il linguaggio del mondo, mentre le montagne e gli alberi, il mare e il vento dialogano in continuazione stabilendo una convivenza che batte all’unisono, certo, non siamo più capaci di ascoltare al punto che non ci sentiamo parte della natura ma solo circondati da essa. Tuttavia, quando ci svegliamo al mattino e vediamo all’orizzonte le nuvole irrorate d’oro che squarciano il pungente buio invernale, quando la terra profuma già di pioggia prima ancora che il cielo la abbia beneficiata del suo pianto, quando gli uccelli salutano il silenzio librandosi sopra le onde, sappiamo dentro di noi di far parte di un progetto infinito e magnifico a cui il nostro intelletto si deve inchinare pur non potendo capire. Non abbiamo bisogno di prove perché è tutto estremamente chiaro: siamo la concretizzazione di un pensiero impeccabile, l’equilibrio eccellente di forze magiche (non è forse magia la gravità?). E di tanta complessità noi uomini siamo forse l’apice, come anima che prende voce. Eppure, giudichiamo tutto e tutti in base a quanto contrasti o collimi con i nostri interessi e non ne vediamo la bellezza. Più giudichiamo, più ci interroghiamo, più scrutiamo da quella piccola fessura che si apre tra le nostre diffidenze e più ci allontaniamo dalla felicità. La porta sembra stretta da oltrepassare, sembra perigliosa. Ma come è facile in realtà rinunciare ai paletti da noi stessi creati e guardare, senza timore di restarne abbagliati, lo splendore del creato.
Tiziana era in giardino, con una forbice in mano, bloccata nell’atto di recidere una rosa, come immobilizzata. I petali chiari come sirene chiamavano i suoi iridi verdi che, volubili, bevevano avidi quel colore fino a non distinguerlo più, fino a prosciugarlo lasciando intravedere il fulcro vitale che sottende anche il più piccolo fiore. Oltre la siepe, l’erba brillante taceva senza lasciarsi scalfire dai pianti che venivano da dentro le mura di pietra del castello, residenza estiva. I lamenti dagli occhi e dai cuori delle donne prendevano vita e, ciechi, iniziavano quella che sarebbe stata la loro peregrinazione perpetua tra le stanze della casa, ignari che i mattoni umidi sarebbero divenuti i loro unici confidenti. I mobili che con gli anni (o coi secoli?) si erano lasciati abitare dalle termiti, gli arazzi un tempo gloriosi, i lucernari attraverso il cristallo impolverato dei quali l’antico sfarzo faticava a passare, partecipavano al requiem, ma gli alberi del giardino, la collinetta che aveva visto crescere tutti i bambini della famiglia, il bosco retrostante, fonte di leggende millenarie, non si curavano di nulla, inamovibili. Soprassedevano, immuni al dolore come alla gioia, impassibili e illuminati. E così Tiziana, che per la prima volta, davanti a quella rosa, si sentiva parte (infinitesimale eppure bellissima e necessaria) del più magnifico progetto, ed era grata. Mentre la sua famiglia piangeva la morte del nonno, freddo e rigido al centro della sala, Tiziana pensava che sarebbe stato seppellito sotto quell’albero di arance e che l’albero ne avrebbe tratto linfa per farne poi arance che sarebbero state mangiate o avrebbero dato vita a nuovi alberi. Tutto è perfetto, tutto rientra in uno schema prestabilito e la morte, così incomprensibile e inaccettabile dal cervello umano, non è la forza incontrastabile che vince su tutto, ma bensì un meccanismo che come tutti gli altri è piegato ai fini supremi dell’autoconservazione del cosmo.

venerdì 20 maggio 2011

La Quinta del sordo


Troverò l’uomo dei miei sogni. So che lui conserva da anni la mia felicità perduta e quando l’avrò incontrato me la consegnerà. La primavera mi guarda dalla finestra e mi dice che non ho bisogno di lui. Esci, riempiti i polmoni di questa calda brezza floreale, lascia che il tuo corpo si immerga nell’atmosfera di fusione a cui già partecipano danzanti le api e le gemme, che la tua mente si confonda non capendo se tutto attorno è realtà o magia. Questo mi sussurra la Primavera. O, fuorviante regina dei desideri nascosti, mi porgi i tuoi doni ma cosa farò quando, dopo aver brillato dorati, se ne andranno? L’illusione non è per me. La gioia non è per me. Per me sono il disagio e la solitudine, quella solitudine che genera il genio e il mostro, quella solitudine sempre perfettamente completa e sempre sorprendente vuota. So che la felicità e l’amore nascono da una necessità e tanto più la sua soddisfazione è ostacolata tanto più l’amore e la felicità sembrano crescere. Ma una volta quietato il bisogno, l’amore e la felicità scemano. Il vuoto, insito nella natura umana è necessario perché ci spinge a cercare le persone, di cui abbiamo tanto bisogno, ma il desiderio non è che un’azione interiore effimera, una forza si potente ma pur sempre meccanica che dobbiamo accettare come tale. Accontentarsi dunque oppure illudersi e soffrire. E se non si volesse stare alle regole? O Primavera, mia regina, nemmeno le tue notti stellate e i tuoi gelsomini in fiore mi distraggono da questa opprimente disillusione. Raccolgo e conservo gelosamente gli attimi appaganti sapendo che non potranno che restare piccole perle in un mare nero, sapendo che nutrendomi solo di essi prima o poi la mia anima morirà di fame e, infine, sapendo che questi piccoli scorci di felicità, brillando per qualche istante, acuiscono il buio che mi circonda. Troverò l’uomo dei miei sogni, ma non subito. Lui vive in me e forse sta aspettando solo che le mie lacrime si esauriscano e che gli permettano di tornare in superficie. Solo allora potrò vederlo e amarlo e lui mi ricambierà come nessun altro può fare. Lui vive in me ed è me. Ma io ancora non lo vedo e non lo amo perché non amo me stessa. Non lo amo quando chiedo alla notte di inghiottirmi, non lo amo quando mi sento una tra un milione, non lo amo quando credo di sapere che ogni mio sforzo incompreso è un sorriso che se ne va dalla mia vita. Non ho più energie. Voglio solo dormire, forse qualcuno mi penserebbe, forse qualcuno si dimenticherebbe di me. Non ho più forze, voglio dormire. L’uomo dei miei sogni aspetterà.

venerdì 13 maggio 2011

Stuck in reverse


Era come morto. Si lasciava guidare dalle luci dei lampioni, senza preoccuparsi se l’avrebbero realmente condotto da qualche parte. Non gli importava, non aveva dove andare, era riluttante all’idea di tornare a casa e mettersi a letto perché, anche se era stanchissimo, non avrebbe dormito. Ma che diavolo era successo? Era sicuro di aver visto filtrare una luce in quel vortice nero che era la sua vita, ne era sicuro. Forse ne era rimasto abbagliato, ma di certo non l’aveva immaginato. Aveva nuotato in quel piombo fuso, quel pesante e canceroso metallo della sua esistenza per raggiungere quello spiraglio fluorescente. E lo aveva afferrato, per un istante, sapeva di averlo afferrato perché da qualche giorno non aveva la concezione del tempo, non capiva nulla di nulla, sapeva solo di essere entrato in un bosco magico e se ne sentiva le foglie tra i capelli. Il sublime.. come la vista di un dio, non può che essere intuito ma segue subito un’abissale caduta, fragorosa e dolorosa. E lui ora stava proprio cadendo. Cadeva tra i lustrini che costellavano la metropoli notturna e che si addensavano attorno a lui perdendo l’aspetto di vetrine ed insegne ed amalgamandosi in una nebulosa mortale. Che diavolo..
L’aveva conosciuta due settimane prima. Giù al molo. Bellissima. Da molto tempo la intravedeva ma non avrebbe mai pensato che un giorno la sua voce lo avrebbe trafitto a tal punto. E invece era successo, si erano incontrati ed era come se quell’incontro fosse stato predisposto dal Fato da anni perché fu travolgente, fin da subito, Penelope e Ulisse finalmente l’uno nelle braccia dell’altra, due naufraghi con le labbra prosciugate dal sale e terribilmente assetati, due universi collassati l’uno nell’altro, non c’era stato quasi il tempo di parlare. E da allora si erano visti quasi ogni giorno, ma sempre per poco e sempre in quella zona indefinita che era la spiaggia, proprio lì dove le onde stanche si affidano alla sabbia calda trasformandosi in spuma (quella stessa spuma che come allora originò Venere ora era complice del loro amore), nel bagnasciuga, al confine tra due mondi, in un clima di sospensione, un’oasi di pace, che, lo sapevano, non era la realtà. Mettevano a tacere la voce interiore che chiedeva loro ‘e poi?’ e per qualche ora si spogliavano di tutto ciò con cui la società li aveva etichettati e tornavano insieme nel Ventre materno. Era un sogno, ma per quanto fingessero di essere sereni non riuscivano a darsi totalmente. Una sirena e un uomo, come poteva continuare? La realtà sarebbe piombata loro addosso, e sapevano anche questo.
Due settimane. E poi quelle sue parole. Così fredde, così distanti. Aveva sentito parlare del canto delle sirene ma non credeva potesse fare così male. Non era quasi riuscito ad ascoltare, quello che aveva sentito non l’aveva capito e le parole (non posso, non voglio) gli rimbombavano nelle orecchie (o era il sangue, impetuoso, che si ribellava nelle vene?). Non riusciva nemmeno a pensare. A pensare a come aveva potuto non prevedere che prima o poi sarebbe successo. Non riusciva a pensare a cosa avrebbe fatto d’ora innanzi, adesso che aveva visto la felicità e sapeva che non l’avrebbe più potuta raggiungere, anche se era lì, davanti a lui, oltre un vetro, sottile ma, ora lo sapeva, infrangibile. L’illusione più bella e più breve. Ancora un giorno, ti prego.. Ma a che sarebbe servito? Lei lo avrebbe rivisto in qualche modo, ma dopo quel discorso nulla non sarebbe stato come prima.
E anche le luci ora sembravano affievolirsi, quelle luci elettriche che sembrano comunicare infallibilità. E lui era come morto.