mercoledì 25 maggio 2011

Kingdom Come

‘Cosa bisogna fare per essere considerati degli eroi? Spero che affrontare la quotidianità sia sufficiente.’ Lo specchio le rimandava indietro uno sguardo aggrottato per l’indecisione. Era uno specchio minuscolo, con dietro della colla secca (forse ara stato attaccato a qualcosa un tempo) e sulla superficie non più completamente riflettente le ditate indelebili si stagliavano come reperti stratificati di una vita. Stava seduta al tavolo, un po’ incurvata per centrare meglio il viso entro quel micro rettangolo, coronamento di un instabile totem di libri di cucina che fino ad allora erano serviti sempre e solo come rialzo o base ( per l’albero di natale, per l’abat-jour, per lo specchietto, nella fattispecie). Con la forbice in mano, decisa a farsi una frangetta, si immaginava con un bustino rosso alla Wonder Woman decidendo che le sarebbe stato proprio di merda addosso. La super eroina (eroina?) di tutti i giorni. Anche se forse non aveva più nessun potere con cui sconfiggere lo squallore che la circondava.
 Le vennero in mente la sua infanzia (qualche scorcio tra memoria e sogno, come tutti i ricordi) e la sua ‘baby-sitter’, una bionda con la faccia che era tutto un posticcio di trucco incrostato, pallido tentativo di nascondere la sua vera età. La mamma la chiamava Betti. Betti ormai era di casa, il suo compito ufficiale era badare a lei quando la mamma lavorava, cioè quasi ogni notte, ma ufficiosamente viveva a scrocco nel loro appartamento perché non riusciva a tenersi un impiego che fosse uno per più di due settimane. Il metodo pedagogico comprovato di Betti sembrava essere quello di mettere i pargoli sul divano accanto a sé e far fare loro una bella scorpacciata di prime e seconde serate assolutamente inadatte ad occhi innocenti. Una fanciullezza da servizi sociali, ma lei non sapeva pensarne una diversa. Era stata talmente abituata a trascorrere le serate così che, le rare volte che sua madre era a casa e cercava di mandarla a letto, lei frignava per vedere i programmi che solitamente guardava con il suo secondo pseudo genitore. Le sovvenne, a proposito, quella sera che, spedita a nanna, se n’era rimasta accucciata per un po’ a piagnucolare dietro alla porta da cui filtrava l’unico spiraglio quasi invisibile di luce (aveva sempre avuto paura del buio). Dopo almeno un’ora (o quantomeno, tanto era il tempo che le era sembrato fosse passato) aveva sentito l’ingresso aprirsi, la voce di un uomo pervadere la casa (aveva un tono talmente basso che faceva quasi tremare le finestre) e scherzare con la voce della mamma. La sua ingenua curiosità le aveva subito suggerito di raggiungere la mamma e il suo nuovo misterioso ospite (un principe, forse? O il papà, ancora meglio) in cucina. Così fece e dopo aver attraversato lo scuro e stretto corridoio, la lampadina da 20 watt della cucina illuminò un uomo - come principe lasciava un po’ a desiderare- che col suo braccio peloso cingeva la mamma, evidentemente stordita da qualsiasi cosa si fosse trovato nel bicchiere, ora vuoto e pericolante tra le sue dita lascive. Allora è questo che fanno i grandi di notte? Era piuttosto confusa. Ma certo amore, è solo un gioco. Un gioco.. sua madre liquidava sempre tutto con spiegazioni patetiche persino agli occhi di un bambino e lei si era sempre dovuta arrangiare a riempire le parti mancanti del puzzle con la sua immaginazione. Ma quello non era il momento di rivangare il passato, doveva tagliarsi i capelli. Non aveva mai avuto una testa decente perché, fino a dodici anni a tagliarle i capelli erano state sue madre e Betti armate solo di forbici, per lo più dalla punta arrotondata, posacenere e sigarette anti incazzature da fallimento. Poi aveva preso a tagliarseli lei, limitandosi a spuntarli quando le sembravano troppo lunghi ( non voleva mica assomigliare a quella maschera di cera ambulante, barbie in avanzato stadio di decomposizione della sua baby-sitter). Ma ora, all’età di ventun’ anni, era tempo di cambiare. Con una mano si appiattì i capelli sulla fronte e con l’altra diede un colpo deciso di forbice. Cazzo, è venuta da schifo. Meglio darci una sistemata, così sembro quell’idiota di Luca. Luca il suo ex o, come diceva la sua amica Martina, Luca il cavernicolo. Luca abitava a Sunny Side (così come lei aveva soprannominato il quartiere popolare più grigio della città, meglio conosciuto come San Nicola) e non usciva mai di casa. Lei andava sempre a trovarlo in ciao a Sunny Side. Ma, dopo cinque mesi di Simposon e droga in una stanza tre per due sempre buia, si era stufata e l’aveva piantato così come stava, strombato duro sul divanetto del salotto. Questa frangetta sta venendo sempre più da cani, ma se pensano che andrò a farmela sistemare da una parrucchiera possono pure scordarselo.I capelli cadevano sul maglione verde sformato, unico ricordo di suo padre nonché suo capo d’abbigliamento preferito, e le maniche logore lo confermavano. Ah, papà, se ci fossi qua tu sapresti come aiutarmi. Oppure no, visto che in effetti se n’era andato quando lei aveva tre anni e, anche se sua madre le aveva detto che era morto, lei l’aveva visto qualche volta in giro, apparentemente ricco e stronzo. Troppi ricordi che sarebbero dovuti stare sempre seppelliti. Troppi ricordi e troppi pochi capelli. Si guardò un’ultima volta allo specchietto. Li aveva tagliati quasi a zero.

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