Era come morto. Si lasciava guidare dalle luci dei lampioni, senza preoccuparsi se l’avrebbero realmente condotto da qualche parte. Non gli importava, non aveva dove andare, era riluttante all’idea di tornare a casa e mettersi a letto perché, anche se era stanchissimo, non avrebbe dormito. Ma che diavolo era successo? Era sicuro di aver visto filtrare una luce in quel vortice nero che era la sua vita, ne era sicuro. Forse ne era rimasto abbagliato, ma di certo non l’aveva immaginato. Aveva nuotato in quel piombo fuso, quel pesante e canceroso metallo della sua esistenza per raggiungere quello spiraglio fluorescente. E lo aveva afferrato, per un istante, sapeva di averlo afferrato perché da qualche giorno non aveva la concezione del tempo, non capiva nulla di nulla, sapeva solo di essere entrato in un bosco magico e se ne sentiva le foglie tra i capelli. Il sublime.. come la vista di un dio, non può che essere intuito ma segue subito un’abissale caduta, fragorosa e dolorosa. E lui ora stava proprio cadendo. Cadeva tra i lustrini che costellavano la metropoli notturna e che si addensavano attorno a lui perdendo l’aspetto di vetrine ed insegne ed amalgamandosi in una nebulosa mortale. Che diavolo..L’aveva conosciuta due settimane prima. Giù al molo. Bellissima. Da molto tempo la intravedeva ma non avrebbe mai pensato che un giorno la sua voce lo avrebbe trafitto a tal punto. E invece era successo, si erano incontrati ed era come se quell’incontro fosse stato predisposto dal Fato da anni perché fu travolgente, fin da subito, Penelope e Ulisse finalmente l’uno nelle braccia dell’altra, due naufraghi con le labbra prosciugate dal sale e terribilmente assetati, due universi collassati l’uno nell’altro, non c’era stato quasi il tempo di parlare. E da allora si erano visti quasi ogni giorno, ma sempre per poco e sempre in quella zona indefinita che era la spiaggia, proprio lì dove le onde stanche si affidano alla sabbia calda trasformandosi in spuma (quella stessa spuma che come allora originò Venere ora era complice del loro amore), nel bagnasciuga, al confine tra due mondi, in un clima di sospensione, un’oasi di pace, che, lo sapevano, non era la realtà. Mettevano a tacere la voce interiore che chiedeva loro ‘e poi?’ e per qualche ora si spogliavano di tutto ciò con cui la società li aveva etichettati e tornavano insieme nel Ventre materno. Era un sogno, ma per quanto fingessero di essere sereni non riuscivano a darsi totalmente. Una sirena e un uomo, come poteva continuare? La realtà sarebbe piombata loro addosso, e sapevano anche questo.
Due settimane. E poi quelle sue parole. Così fredde, così distanti. Aveva sentito parlare del canto delle sirene ma non credeva potesse fare così male. Non era quasi riuscito ad ascoltare, quello che aveva sentito non l’aveva capito e le parole (non posso, non voglio) gli rimbombavano nelle orecchie (o era il sangue, impetuoso, che si ribellava nelle vene?). Non riusciva nemmeno a pensare. A pensare a come aveva potuto non prevedere che prima o poi sarebbe successo. Non riusciva a pensare a cosa avrebbe fatto d’ora innanzi, adesso che aveva visto la felicità e sapeva che non l’avrebbe più potuta raggiungere, anche se era lì, davanti a lui, oltre un vetro, sottile ma, ora lo sapeva, infrangibile. L’illusione più bella e più breve. Ancora un giorno, ti prego.. Ma a che sarebbe servito? Lei lo avrebbe rivisto in qualche modo, ma dopo quel discorso nulla non sarebbe stato come prima.
E anche le luci ora sembravano affievolirsi, quelle luci elettriche che sembrano comunicare infallibilità. E lui era come morto.
2 settimane, luci elettriche, forse ho indovinato..
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