mercoledì 25 maggio 2011

colorfield


 Di che altra prova abbiamo bisogno?  Non basta forse che l’universo viva sorretto da leggi perfette? Certo, noi non siamo più in grado di parlare il linguaggio del mondo, mentre le montagne e gli alberi, il mare e il vento dialogano in continuazione stabilendo una convivenza che batte all’unisono, certo, non siamo più capaci di ascoltare al punto che non ci sentiamo parte della natura ma solo circondati da essa. Tuttavia, quando ci svegliamo al mattino e vediamo all’orizzonte le nuvole irrorate d’oro che squarciano il pungente buio invernale, quando la terra profuma già di pioggia prima ancora che il cielo la abbia beneficiata del suo pianto, quando gli uccelli salutano il silenzio librandosi sopra le onde, sappiamo dentro di noi di far parte di un progetto infinito e magnifico a cui il nostro intelletto si deve inchinare pur non potendo capire. Non abbiamo bisogno di prove perché è tutto estremamente chiaro: siamo la concretizzazione di un pensiero impeccabile, l’equilibrio eccellente di forze magiche (non è forse magia la gravità?). E di tanta complessità noi uomini siamo forse l’apice, come anima che prende voce. Eppure, giudichiamo tutto e tutti in base a quanto contrasti o collimi con i nostri interessi e non ne vediamo la bellezza. Più giudichiamo, più ci interroghiamo, più scrutiamo da quella piccola fessura che si apre tra le nostre diffidenze e più ci allontaniamo dalla felicità. La porta sembra stretta da oltrepassare, sembra perigliosa. Ma come è facile in realtà rinunciare ai paletti da noi stessi creati e guardare, senza timore di restarne abbagliati, lo splendore del creato.
Tiziana era in giardino, con una forbice in mano, bloccata nell’atto di recidere una rosa, come immobilizzata. I petali chiari come sirene chiamavano i suoi iridi verdi che, volubili, bevevano avidi quel colore fino a non distinguerlo più, fino a prosciugarlo lasciando intravedere il fulcro vitale che sottende anche il più piccolo fiore. Oltre la siepe, l’erba brillante taceva senza lasciarsi scalfire dai pianti che venivano da dentro le mura di pietra del castello, residenza estiva. I lamenti dagli occhi e dai cuori delle donne prendevano vita e, ciechi, iniziavano quella che sarebbe stata la loro peregrinazione perpetua tra le stanze della casa, ignari che i mattoni umidi sarebbero divenuti i loro unici confidenti. I mobili che con gli anni (o coi secoli?) si erano lasciati abitare dalle termiti, gli arazzi un tempo gloriosi, i lucernari attraverso il cristallo impolverato dei quali l’antico sfarzo faticava a passare, partecipavano al requiem, ma gli alberi del giardino, la collinetta che aveva visto crescere tutti i bambini della famiglia, il bosco retrostante, fonte di leggende millenarie, non si curavano di nulla, inamovibili. Soprassedevano, immuni al dolore come alla gioia, impassibili e illuminati. E così Tiziana, che per la prima volta, davanti a quella rosa, si sentiva parte (infinitesimale eppure bellissima e necessaria) del più magnifico progetto, ed era grata. Mentre la sua famiglia piangeva la morte del nonno, freddo e rigido al centro della sala, Tiziana pensava che sarebbe stato seppellito sotto quell’albero di arance e che l’albero ne avrebbe tratto linfa per farne poi arance che sarebbero state mangiate o avrebbero dato vita a nuovi alberi. Tutto è perfetto, tutto rientra in uno schema prestabilito e la morte, così incomprensibile e inaccettabile dal cervello umano, non è la forza incontrastabile che vince su tutto, ma bensì un meccanismo che come tutti gli altri è piegato ai fini supremi dell’autoconservazione del cosmo.

Nessun commento:

Posta un commento