Solo una volta prima gli era capitato di pensare di voler uccidere qualcuno. Aveva tredici anni allora. Il professore di ginnastica, un aitante quarantenne leggermente stempiato, l'aveva trattenuto alla fine della lezione per fargli sapere quant'era scarso in salto in alto e in tutto il resto e come avrebbe sempre fallito nella vita. Uno predica che aveva tutta l'aria di non avere alcun fine pedagogico ma che tradiva una certa rabbia quasi patologica a giudicare dagli ambigui sbalzi di voce. Non è che il professore di ginnastica ce l'avesse con lui. Il professore di ginnastica ce l'aveva con tutti. Era frustrato, girava sempre in tuta (di quelle viola e verde acqua, molto anni ottanta), anche la domenica, perchè aveva dedicato tutta la sua vita allo sport e si era accorto troppo tardi che tale scelta non era stata delle più felici e che le soddisfazioni non compensavano che in minima parte i sacrifici. E così sfogava il suo odio umiliando gli alunni ciccioni e importunando le alunne ben fornite. Per quel giorno invece aveva scelto proprio Geoffrey come vittima sacrificale per placare il suo rancore incondizionato verso la specie umana. Ma Geoffrey, allora neanche adolescente per l'appunto, non era tipo da calarsi le braghe e glielo si leggeva in quelle sopracciglia perennemente aggrottate che sembravano saperla lunga sulle inevitabili e quasi strutturali ingiustizie del mondo. Sicchè la risposta del giovane all'inutile ramanzina inacidita fu qualcosa come 'è vero, sono una schiappa e forse non avrò mai i suoi muscoli ma se non altro la mia intelligenza mi trattiene dal credere che questo sia indispensabile per la vita, cosa che dovrebbe iniziare a pensare anche lei.' Lunga pausa. 'Senza offesa'. Un azzardo che aveva tutto il sapore di una sottile e tagliente vendetta. E il professore di ginnastica, senza rendersi conto che così facendo non faceva che dare ragione alle parole di quello sfrontato ragazzino, gli rifilò un venti centimetri di palmo dritti dritti sulla guancia che ebbe un portentoso giro di 180 gradi prima di rovinare al suolo. E questo è quanto c'è da dire sul primo ed unico consistente pensiero omicida di Geoffrey. Ma allora non era che uno sbarbatello in preda alle emozioni e agli ormoni. Adesso, però, aveva venticinque anni. E allora perchè, maturato, laureato, navigato e avviato com'era stava concependo un'idea assassina? E non una cosa del tipo se dice un'altra parola l'ammazzo, ma qualcosa del tipo potrei prendere quel coltello che è un po’ sporco di torta alla panna ma va bene lo stesso alzarmi andare in bagno fare il giro per le cucine sbucare da dietro e senza che mi veda piantarglielo nella schiena e sgommare prima che qualcuno se ne accorga. Da un lato il piano cresceva e si perfezionava nella sua mente, quasi vivesse di una propria e autonoma esistenza, d'altro canto nasceva nel suo cuore l'angoscia per ciò che il suo cervello stava concependo. L'opinato omicidio, così dettagliato, aveva un che di spaventosamente insano e Geoffrey sapeva che non poteva imputare tali pensieri solamente all'esasperazione, perchè c'era qualcosa di più.. qualcosa di folle. Perchè si, Catharina, che gli stava davanti con quello sguardo tra l'interrogativo e il beffardo, sorseggiando uno schifido frullato alla fragola con quel suo modo terribilmente fastidioso, l'aveva effettivamente esasperato ma era pur sempre una persona. E non una qualunque. Lei era LA persona. Quella di cui non vorresti mei esserti innamorato perchè sai che non uscirà mai dalla tua vita e dal tuo cuore, nonostante l'amore abbia levato le tende da anni. Gli stava davanti, insomma, e pretendeva che lui rispondesse e certe sue domande incomprensibili, quasi impossibili da concepire, frutto evidentemente di trip mentali inimmaginabili che andavano a scavare un ultimo, impalpabile, improbabile ma possibile pretesto per litigare (diaboliche macchinazioni femminili che nascondono tanta tristezza e un disperato silente grido di aiuto). Ma che vuole ancora da me? Catharina gli aveva letteralmente rovinato la vita negli ultimi tempi, l'aveva soffocato col suo bisogno d'amore a cui lui aveva sempre atteso soddisfando i suoi bisogni materiali. Erano finiti in un circolo vizioso che aveva risucchiato loro ogni possibile voglia di amare, se mai ne avessero avuta (chi avrebbe potuto dirlo ora come ora?). Si erano lasciati e lui l'aveva immediatamente dimenticata, nel senso che finalmente sentiva di poter respirare. Lei, al contrario, accusava mancanza di ossigeno. Solo il cameriere (altro caffè?) riuscì ad interrompere momentaneamente i suoi machiavellici pensieri di morte. Quel fulvo giovane era incredibilmente simile al lavavetri degli uffici di suo padre, dove ora lavorava anche lui. Il lavavetri.. sospeso ogni giorni a metri e metri di altezza, lucidava le finestre quasi per schiarirsi la vista verso un mondo fittizio, un mondo fatto di vite di altri, essendogli reclusa la realtà terrena. Ma subito Catharina aveva ripreso il discorso. Ora stava parlando di Giovanna, la sua amica nana dal viso inaspettatamente armonioso, a differenza di tutto il resto del corpo. Quando non prendeva gli ormoni Giovanna era depressa e aveva la nausea, ma questo non accadeva quasi mai perchè si ricordava sempre le sue medicine e questo le permetteva di accettare la vita con una certa invidiabile filosofia. A sentirla parlare si sarebbe detto che l'atrofia muscolare fosse roba da niente e la consapevolezza di dover morire prima di tutti gli altri una cosa normale. Incredibile Giovanna, lei e il suo incurabile amore per il tabacco. Ma che diceva di Giovanna? Era già passata ad un altro discorso, impossibile starle dietro. Il coltello della torta attirava potente ed ipnotico lo sguardo di Geoffrey. Come giustificare tanta aggressività in procinto di esplodere? In realtà negli ultimi tempi aveva iniziato a nutrire seri dubbi sulla natura delle relazioni. Non era più sicuro della genuinità dei rapporti umani, anzi, presentiva il serpeggiare di un nonsochè di perverso, una sorta di malefico artificio che sottendeva i legami affettivi, quasi che questi ultimi non fossero altro che esili ponticelli tra una persona e l'altra, ponticelli che non facevano che sublimare e mal celare l'oscuro mare di solitudine e odio latente che circonda ognuno. Dunque l'amore non sarebbe che una bugia, una menzogna fatta di una fitta trama di menzogne, destinate tuttavia a cedere, a lacerarsi, a strapparsi lasciando intravedere il marcio per poi logorarsi definitivamente e sprofondare nel suo sottosuolo che non ha mai smesso di ribollire. Ma più si convinceva di ciò e meno tentava di prendere provvedimenti per ovviarvi. (Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Infatti, il diretto, legittimo, immediato frutto della coscienza è l'inerzia, cioè il cosciente starsene a mani conserte.. Dostoevskij docet). Intanto il coltello assumeva sempre più l'aspetto di una mannaia e il luccichio del suo acciaio sembrava brillare con maggiore ostentazione facendosi strada tra i residui di panna montata ormai sciolta.

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