Non riusciva a ricordare come fossero finiti a vivere insieme. Doveva essere stato un specie di tacito accordo. Erano già alcuni mesi che condividevano la cucina, il cibo, talvolta lo spazzolino. Si parlavano poco ma questo non era un problema perché si capivano al volo, a volte senza neanche guardarsi. Nessuno sapeva come fosse ma doveva esserci una specie di collegamento telepatico tra loro. Si prendevano cura l’uno dell’altra e non c’era mai motivo di risentimento.
Demetra ogni tanto pensava alla prima sera in cui aveva dormito a casa di Lorenz. Come quasi ogni venerdì era andata al Bellevie’s a ballare. Le piaceva quel posto perché era una vera catapecchia, ci sarebbe potuta andare anche in pigiama_ una volta forse l’aveva fatto, ma non lo saprebbe giurare_ e nessuno le avrebbe detto nulla. Era una discoteca, si. O almeno lo era da fuori perché una volta dentro, tra tizie nude che si strusciavano sui pali, ragazzi collassati sui divanetti che raccoglievano gli ultimi barlumi di lucidità per girarsi l’ultima canna e bagni alla Train Spotting sarebbe stato davvero difficile definire la natura di quel locale. La polizia ci stava alla larga nel pieno rispetto di un patto col gestore che puzzava di bustarelle. Entrando, l’inconfondibile odore di piscio e Axe inebriavano e davano alla testa prima ancora di avere il tempo di bersi una birra con mezzo acido dentro. Era l’unica trasgressione che Demetra si concedeva, pur considerandolo uno svago peccaminoso dal momento che suo padre era morto sfinito dalla droga quando lei aveva tredici anni. Ma aveva pur bisogno di una valvola di sfogo per dimenticare, di quando in quando, la rabbia che provava. Così anche quella sera se ne stava buttata su un divanetto lercio del Bellevie’s a prendere fiato e scolarsi un Gin Lemon dopo aver fluttuato sulla pista tra il vomito scivoloso sul pavimento e sconosciuti che le ballavano addosso solo per sentire il suo culo sui loro cazzi. E finche la sua mente cominciava a perdersi tra le psichedeliche luci che sembravano arrivare da ogni parte, quattro forti braccia la sollevarono, la gettarono a terra (in bagno o forse nel retro del locale) e la gonfiarono di botte. Quella notte dormì da Lorenz e continuò a dormire a casa sua per tutte le notti a seguire. Non ci fu bisogno di chiedere, il fatto che lei si stesse trasferendo lì sembrava la cosa più naturale del mondo. Lei e Lorenz erano andati a letto insieme una volta, quando avevano diciassette anni. Come tutte le prime volte era stato una merda e da allora non l’avevano più fatto. Ora (erano passati diversi anni) ciascuno portava avanti autonomamente la sua vita anche se di fatto vivevano sotto lo stesso tetto. Il massimo che facevano insieme era guardare un film alla sera. Non si toccavano nemmeno. L’ultima volta che l’avevano fatto era stata la mattina dopo il pestaggio, dopo che lui l’aveva accompagnata in ospedale dove le avevano messo un collare che avrebbe portato per tre settimane e lei l’aveva abbracciato in segno di gratitudine. Sempre insieme ma sempre da soli e l’uno non interferiva con la vita dell’altro. Per questo Demetra, quel sabato di maggio, si stupì quando Lorenz le chiese di accompagnarlo al matrimonio di un suo pseudo amico. “Si sposano domani a Bethesda. Arti.. te lo ricordi?” L’invito era suonato pressappoco così. Demetra aveva accettato e così ora si trovavano uno accanto all’altra sulle dure panche di una spoglia chiesa protestante in cui entrambi si erano sentiti un po’ in imbarazzo ad entrare. Stavano lì a guardare i giovani sposi scambiarsi promesse che forse non sarebbero stati in grado di mantenere, e finche osservavano la cerimonia dall’alto del loro cinismo, Lorenz prese la mano di Demetra. Si guardarono negli occhi fino a quando le nozze non furono celebrate, suscitando l’indignazione delle vecchiette sedute nelle panche appena dietro. Uscirono dalla chiesa assieme a tutti gli altri invitati ma questi era come se stessero svanendo, come tutto attorno a Lorenz e Demetra che non si preoccupavano più degli sposi o di che giorno fosse o se avevano spento la luce in bagno. Non si preoccupavano più di avere a malapena i soldi per arrivare a fine mese. Demetra non si preoccupava più di sua madre a cui gli psicofarmaci avevano portato via quasi tutti i denti, non più del rumeno che se la scopava, non più dell’università che aveva dovuto lasciare per sbarcare il lunario. Lorenz non si preoccupava più della sua incapacità di comprendere le persone, non più della sua solitudine, non più dell’infelicità che lo consumava. Ora si guardavano negli occhi, mano nella mano e sapevano che in quel momento fu presa la tacita decisione di attraversare così il loro futuro. Guardandosi negli occhi, mano nella mano.
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