mercoledì 22 giugno 2011

trousse d'une La (parte quarta)


In quello che sembra essere il più lungo miglio verde verso un esame (maledette corriere sostitutive dei treni) per un’ora non hai niente in testa se non un ometto che fa low low e i Jefferson Airplane  che ti portano nel mondo della fattanza suggerendotii che one pill makes you larger
and one pill makes you small
. Ringrazi l’indulgente aria condizionata che scende dritta sulla tua testa e sul tuo vicino di sedile (il tuo quaderno, che hai aperto e richiuso facendo così fallire, come prevedibile, il buon proposito della ripassata finale agli appunti). La mattinata appena trascorsa ti sembra lontana anni luce. Sei in un limbo, un tunnel spaziotemporale che ti conduce ad un’altra dimensione. Si, poche ore fa eri davanti allo specchio a truccarti cantando presta presta numanumaie (anche se you tube dall’alto del suo poliglottismo, anzi, della sua onniscienza, ti fa presente che il testo in realtà recita ‘Vrei sa pleci dar nu ma, nu ma iei
’) assurgendo la hit rumena ad inno apotropaico. Ma sembra già passato un secolo e sai che un altro secolo almeno ti separa dall’esame. In facoltà i tuoi amici ridotti a larve ti si incollano col loro appiccicume estivo (ma forse la più liquefatta sei proprio tu) e ti riempiono la testa di informazioni che se non eri riuscito ad acquisire durante lo studio è difficile che trovino un varco nel tuo cervello adesso. Il resto è un veni vidi vici di alta classe. Circa. Comunque consegni. Dopo esserti sorbito la disperazione dei più secchioni per il sicuro esito negativo dell’esame e il menefreghismo delle più schiappe, il tuo nostos ha inizio. Un’attesa interminabile (bè si, ho ventun’anni ma sottraendo tutto il tempo che ho passato ad aspettare i mezzi pubblici ne ho solo sedici) dà come unico risultato una carcassa fatiscente che, arrancando sui binari, si ferma infine sbuffando davanti a te. Dentro al treno persino l’aria è appiccicosa al punto che tu stesso senti di starti trasformando in una big bubble sputata e, a guardare gli altri passeggeri, non sapresti dire se è il trucco sulla loro faccia a sciogliersi o la loro faccia. Scendi, una miss nel suo perfetto abitino nero che avanza a passi larghi stile negraccio di Harlem, troppo stanca per darsi un contegno, gli occhi contornati da una non più precisa linea nera sono lanciarazzi che sparano a zero su tutti, la testa tra le spalle e la peggior cicca della stagione stretta tra i denti. Nemmeno il tempo di salire in corriera ( il rimpatrio è lungo) che già il tuo cervello si prolunga nelle sue sinapsi artificiali alimentate dall’mp3 mentre tu punti verso un posto libero caracollando come l’intro di Lazy dei Deep Purple per buttarti infine sul sedile senza far caso alla forma che prende il tuo corpo accasciandosi. Fame, sete, sonno, pipì. Tu, nella tua bottiglia di vetro opaco da cui non vedi bene il mondo fuori e tantomeno lo senti. Cerchi di ascoltare i tuoi pensieri ma no percepisci che un borbottio anche se intravedi il tuo super-ego farsi strada in quel groviglio polveroso di macerie post esame che è la tua mente. Generalmente rigido che nemmeno le SS, sembra anche lui provato adesso e anziché aggredirti per la tua costante inadeguatezza, ti chiede, perplesso, quale sia l’età in cui si smette di tenere i piedi sui sedili e di ascoltare i metallica a palla. Insomma, hai passato il quinto di secolo, forse dovresti stare a gambe accavallate con la schiena dritta a leggere un libro. Il super-ego, come sempre, ha ragione ma contro un corpo enorme atteggiato a cetaceo arenato non c’è nulla da fare. La grazia femminile fa i bagagli e ti saluta. Ricambi con un verso noncurante: il tuo solo obiettivo ora è il devasto (ma già sai che finirai addormentata davanti alla tv).

Nessun commento:

Posta un commento