martedì 21 giugno 2011

che cosa rende le persone moderne così differenti, così affascinanti?


 Il blocco che aveva il mano da più di un’ora cominciava a sentirsi provato. Non più intonso ma ormai costellato di spirali, facce, parole, cuori, senza più la minima parvenza della candida dignità che aveva prima, bianco campo, si lasciava ora solcare, rassegnato, dalla biro blu, fluido aratro, leggero e metafisico, sospinto da due dita morbide, buoi impazziti. Purtroppo Gordon ( ma il suo vero nome era Nino) non riusciva a smettere. Non sapeva nemmeno più se fosse davvero la mano a guidare la penna in quella nebulosa perturbata di ghirigori o viceversa. È che quando si annoiava e per qualche fortuita congiunzione astrale una penna gli capitava sotto mano, non poteva fare a meno di iniziare a disegnare, buttare giù qualche parola vuota ma minuziosamente decorata. Di due ore al telefono con la zia Roberta, di solito, non gli restava che un mucchietto di fogli attraversati da parte a parte da geroglifici minuscoli che neanche uno scriba. Gli appunti dell’intero corso di psichiatria non erano che un affastellamento di animaletti usciti direttamente da uno scuro mondo primordiale e riversatisi su ogni pagina del quaderno. Anche quando andava a trovare suo padre all’ospedale riusciva a scarabocchiare sulle cartelle cliniche fingendo di ascoltare gli interminabili comizi politici del suo vecchio che, più tardi, avrebbe sorriso delle spirali e delle frasi sconnesse del giovane figlio che dai fogli medici sembravano dirgli ‘papà, non ho ascoltato una parola di quello che hai detto’.
Anche questa era una di quelle situazioni. Le linee che dal suo inconscio si trasportavano direttamente sulle pagine a quadretti per mezzo della sola matita quando era piccolo, con gli anni si erano perfezionate sempre di più, approfittando di ogni ritaglio di tempo, e vagliando tutto il ventaglio di possibilità: dalla stilografica ai colori a cera, dal pennarello alla china, senza discriminare nessun possibile supporto, dal menù del ristorante alla carta igienica. E come ogni ultima volta, anche questa sembrava star producendo effetti esteticamente più soddisfacenti della volta precedente. Gordon fissava il foglio, la mano libera, tutto immerso in un mondo onirico, antiformale. Ma ad un certo punto si accorse che il ronzio di sottofondo, che aveva accompagnato da un po’ di tempo le sue dita nella loro danza trasognata, era cessato. Alzò la testa e due occhietti interrogativi, dall’altra parte della scrivania, sembravano attendere con’ansia una qualche risposta. Ricambiò allora lo sguardo con aria professionale e parzialmente assorta e poi, temporeggiando, posò gli occhi su una pila di cartoncini davanti a sé, come chi, catturato da un pensiero, cerca  un appiglio su qualche insulso oggetto fisico per non perdersi nei meandri del proprio ragionare. Ma lui non stava pensando proprio a nulla. Lesse mentalmente ‘Dott. Gordon Andromeda,  psicologo- psicoterapeuta, specialista in psicoterapia autogena e psicoterapie brevi. Centro medico polispecialistico’. Indirizzo. Numero di telefono. Gordon Andromeda. Mh, cambiarsi il nome era stata decisamente una delle cose migliori che avesse fatto, ancora adesso se ne compiaceva. Certo, scazzi burocratici eccetera ma diavolo se ne era valsa la pena. Il riscatto da un infanzia passata a farsi deridere. Nino, ahah. Che nome ridicolo, Quegli idioti dei suoi genitori. Beccatevi questo mamma e papà. E beccatevi questo bambocci che avete sempre riso di me. Ora sono la costellazione più conturbante che sia mai stata immortalata in cielo dagli dei. Sono il più bell’eroe fumettistico mai creato. Ma, richiamato da un colpo di tosse, dovette tornare con lo sguardo all’omino davanti a lui e solo allora iniziò a chiedersi cosa volesse. Ma fu solo un secondo di defaillance, e subito prese la parola. ‘Capisco. Guardi, si stupirà di quello che sto per dirle ma il suo caso è anche piuttosto comune. Ne uscirà facilmente perché è già nella giusta disposizione d’animo. Le dirò come fare, passo dopo passo, ma lei a sua volta dovrà aiutarmi perché è necessaria una certa forza di volontà e questa non può venire che da lei..’. Ma l’ometto sembrava perplesso. ‘Ora mi dispiace, ma per oggi la nostra seduta è conclusa, ci vediamo lunedì prossimo allora, stia bene’. L’omino guardò l’orologio, un  gesto rassegnato di assenso e uscì. E anche per oggi Gordon non aveva ascoltato nulla. Non aveva voluto ascoltare nulla. Stufo di certe storie patetiche, di certi piagnistei. Stufo del suo lavoro. Avrebbe voluto solo dire a tutti i suoi pazienti che la felicità non l’avrebbero mai trovata, che potevano pure continuare a smollargli settanta euro all’ora ogni settimana ma la loro vita sarebbe rimasta sempre esattamente la stessa vasca di merda che conoscevano. Ma non poteva. Non era questo il suo compito. Suo compito era ascoltarli, infilarsi i guanti di gomma, farsi strada tra i liquami che intasavano quello scarico puzzolente che era la loro psiche, togliere, almeno in parte, ciò che la ostruiva e spiegare poi loro che genere di detergente usare per evitare che il problema si ripresentasse. Forse era il momento di fare una capatina dal dottor Manin, il suo psicologo.

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