domenica 26 giugno 2011

Clitemnestra


Così ce ne stavamo seduti attorno al tavolo. C’era attrito nell’aria. Qualche battuta modesta di quando in quando fendeva la cappa di tensione che si tagliava col coltello lasciando appena il tempo a qualche prudente risata di seguirla prima che la fitta nebbia di nervosismo le si richiudesse dietro. Volavano sguardi fugaci, qualcuno tra noi, qualcuno, più clandestino, verso di lui che, truce, guardava fisso davanti a sé. Sapevamo che sarebbe bastata una sola parola per far traboccare il vaso, ponderavamo ogni singola sillaba, qualora la nostra gola avesse trovato il coraggio di emettere qualche suono. Non si era mai visto un sentimento tanto tangibile. Una corda di violino tesissima che attraversava la stanza, chiunque avrebbe potuto toccarla, ma anche solo il minimo spostamento d’aria l’avrebbe fatta spezzare. Si sentiva ribollire l’odio nelle sue vene, sotto la sua pelle. Un uomo, tra i più virili a vedersi, con il rancore di una donna. Uno di quei rancori che, celato dietro ad un falso sorriso, è il frutto marcio di una serie di concause, di un’intelaiatura fitta e insolubile di sentimenti e congetture. Dietro quella fronte spessa l’emotività sembrava scalciare e le pupille non avevano più nulla della calma superficialità maschile, di quella praticità che dà in escandescenza per una stupidaggine ma si placa dopo aver fatto simbolicamente a pugni. No, quello sguardo quasi pietrificato lasciava trapelare notti insonni di scandaglio della situazione, vani e reiterati tentativi di razionalizzazione, domande, dubbi. Il potenziale psicologico di una donna nella potenza fisica di un uomo. Quel dolore che Bukowski ci insegna essere destinato alle donne sembrava questa volta aver prescelto un uomo come vittima sacrificale per perpetrare la sua esistenza e se tanto dolore  fosse sfociato con la prevedibile veemenza maschile sarebbe stata l’apocalisse. Anche perché quell’uomo, ora, era seduto al tavolo con noi. Pregavamo che, almeno per quella sera andasse tutto liscio. Ci lasciavamo impunemente attanagliare dall’egoismo pensando che l’esaurimento nervoso, che pure sapevamo essere prossimo, poteva pure venirgli una volta tornato a casa. Che poi, ci sarebbe andato davvero a casa? Una casa vuota senza più la moglie. Stella, bellissima donna, le volevamo tutti un gran bene e nutrivamo tutti un malcelato desiderio di scoparcela. Ma ora se n’era andata. Perché era troppo in gamba, o perché era troppo stronza. Se n’era andata e aveva lasciato il suo uomo qui, solo, distrutto per aver perso il lavoro (a causa nostra, si, nostra, di noi quattro bifolchi che ora ce ne stavamo a fianco a lui con le nostre carte in mano a giocare a poker) distrutto- dicevo- e incazzato come una bestia. Senza più un impiego e, da quella mattina, senza più una moglie. C’era un che di surreale in tutta quella situazione. E finche nel nostro piccolo ci chiedevamo chi diavolo ce l’aveva fatto fare di andare al circolo quella sera ( il senso di colpa forse?) avvenne ciò che tutti speravamo non avvenisse mai. Quell’idiota di Fedoro disse qualcosa sul fatto che domani alla Gore ci aspettavano per la riunione o non so che, nessuno di noi capì bene di che diamine stesse blaterando, la mente già ci si era offuscata nel sentire il nome della ditta ex datrice di lavoro della pentola a pressione lì a fianco a noi che nessuno osò guardare. Si levò il più lungo e assordante silenzio della storia dell’universo. Qualche imbarazzato e agitato tentativo di cambiare discorso naufragò assieme alle nostre dignità. Credo di parlare a nome di tutti quando dico che i nostri pensieri si ammutinarono dal nostro cervello che nemmeno sul Bounty. Era troppo tardi per rimediare. S’alzò fra tutti Agamennone l’eroe figlio di Atreo, infuriato, d’ira tremendamente i neri precordi erano gonfi e gli occhi parevano fuoco fiammante. E questo fu tutto quanto riuscii a pensare successivamente. Ero il sudore freddo fatto a persona e gli altri, statue di sale (non avevo il coraggio nemmeno di girare lo sguardo per guardarli ma lo so) stavano incollati alle sedie. E lui lì in piedi,con lo sguardo fisso, pareva sull’orlo di un’implosione, un potenziale fungo atomico. Trattenni il respiro, pronto alla catastrofe. Ma non successe nulla e lui, senza dire una parola, uscì. Ci guardammo tutti atterriti, come chi, in bilico su un precipizio scopre con stupore di non essere precipitato. Ma il silenzio attonito non durò che qualche istante e, colti tutti dallo stesso lampo, ci precipitammo fuori dal circolo per inseguirlo pregando che non fosse già spappolato sul letto del fiume in secca.

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