l'ennesimo inutile blog del web in un deprimente mix di nichilismo e sprazzi di normalità, ovvero la vita banale di un individuo qualsiasi
giovedì 7 aprile 2011
all over
Mi sono svegliata rintronata. Fuori giorno (le dieci? le undici del mattino?), dentro notte. Dentro la mia stanza e dentro di me. I primi istanti dopo il risveglio sono un'esperienza quasi extracorporea, come se il tuo io avesse approfittato del tuo sonno per tornare al suo mondo d'origine, una dimensione fantastica abitata da ogni genere di essere, o avesse sorvolato la terra e il mare vedendo cose inimmiginabili, lasciandoti a sbavare e rantolare nel tuo riposo privo di qualsiasi dignità, con buona pace del tuo narcisismo e un sentito ringraziamento da parte dei tuoi muscoli, e che alla fine del suo viaggio mistico, vedendo le tue palpebre aprirsi, si fosse precipitato di nuovo dentro di te. E dunque, per qualche frazione di secondo tu, sacco vuoto, senza memoria e senza spirito, riaquisisci la vita e ti riambienti. Il letto, l'armadio, il soffitto, il pavimento: ok, è la mia camera. E questa? Ah si, sono io. In questa pastosa e pesante presa di cosicenza mi è sovvenuto a Jackson Pollock (il mio io l'aveva forse incontrato nel suo viaggio notturno?). Pollock, ipersensibile pietra miliare dell'arte americana, dedito fin dalla giovane età al dio alcol, al quale alla fine si era sacrificato portando con se la sua auto e una tradizionale vergine propiziatrice, aveva la vita che gli usciva dal corpo. Ma non solo quando dormiva. Era talmente straboccante di vita che di quando in quando (ovvero molto spesso) doveva prendere una maxi tela che l'urgenza gli impediva di preparare, metterla a terra e correrci intorno sgocciolando colore come un pazzo (quale era). Ci camminava anche dentro, incurante di eventuali gomme da masticare e carogne varie che potevano aver scelto le suole delle sue scarpe come loro personale tela. I suoi dripping erano la sua vita, quell'eccedenza di energia che la sua pelle non poteva contenere, e sulle tele, oltre al colore, ci finivano inconsci frammenti memoriali del suo vissuto quotidiano. Mi sono guardata in giro. Tutto in ordine. Niente gomme da masticare, niente carogne. Non una sola carogna, non uno sport, un hobby, non una sola esperienza, non un amico, non un libro fuori posto. Mi sono guardata intorno e ho visto la mia tela. Bianca.
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