lunedì 20 giugno 2011

trousse d'une La (parte terza)


C’è qualcosa che non va. Se la tua lettura del venerdì sera è il dizionario della lingua italiana, se pensi che non ci sia più bel regalo di un topo squartato lasciato in terrazzo a putrefare dal tuo gatto (che odi), c’è qualcosa che non va. Se i tuoi artisti preferiti del momento sono Keinholz, Hans Bellmer e gli azionisti viennesi, c’è decisamente qualcosa che non va. La serata di inizio estate che si frappone, rigenerante e vagamente romantica, tra un giorno di studio e l’altro mi imponeva un ritorno alla vita sociale dopo pomeriggi a contemplare la tarda primavera oltre le finestre della camera (ma quel cielo è reale? Chissà che profumo ha.. e tu dietro ad una montagna di libri non senti che l’odore da stampa esalato dalle pagine dei manuali e non distingui più le righe che sembrano confluire in un sinuoso schema bianco e nero). L’inizio delle vacanze (scolastiche, ndr) ti apre annualmente il solito (ma sempre ben accetto) ventaglio di feste e sagre tra cui scegliere per un divertimento moderato all’insegna dei fugaci piaceri giovanili che ti lasciano illudere di non essere ancora stato abbandonato dall’edonismo, nonostante il tuo fisico non regga e il cervello sia da giorni sparpagliato sulla scrivania. Il clima ieri sera era adatto, età media oscillante intorno ai 18 anni (e tu che ne dimostri diciassette ti crogioli all’idea di essere un fiore di universitaria che ha parcheggiato la macchina poco più in là), aria di pioggia ma cielo stellato (per quello che le luci del palco lasciavano intravedere), baldanza alternativa ma sempre regolarmente entro gli stretti limiti dell’omologazione (non è così sottile il confine tra anticonformismo e sfiga), regno sovrano della birra insediato già da qualche ora e la giusta dose di buio per evitare di essere troppo in bella vista. Insomma, tutto sembrava suggerire al mio corpo di molleggiare a ritmo ska e alla mia lingua di abbandonare momentaneamente il perbenismo in favore di qualche sana cazzata. Ma la gente non è contenta del tuo menefreghismo, vuole spiegazioni. E così devi riavvolgere la lingua che si stava già srotolando in polisillabi insensati. Devi riordinare le idee, già poche, già confuse da giorni. Devi tornare nel tuo arido deserto quotidiano e mettere insieme una descrizione convincente del tuo dolore per quelle persone che fingono di esserti vicine ma sono solo avide di gossip. Mi lasciate in questa cazzo di oasi almeno per questa sera, per favore? Non hai voglia di rendere conto a nessuno di quello che fai, vuoi solo fare. Sei nel pieno di un egoismo appassionato come mai nella tua vita, ma è il momento sbagliato (è sempre il momento sbagliato) perché c’è qualcuno per cui ti devi preoccupare. Richieste, biasimo, domande, chiarimenti, disapprovazioni. Tu che volevi dimenticarti il tuo nome sei costretto a fare mente locale sulla tua miserabile vita.
Alla fine della serata non avevo ballato, non avevo detto una sola minchiata, l’unica cosa che avevo ingerito era stata una birra (una tantum), non abbastanza per ubriacarsi ma più che sufficiente per il mal di testa del giorno dopo (e che triste berne l’ultimo sorso e gettare a terra il bicchiere). A mezzanotte avevo sonno. Le Pall Mall mi avevano incatramato per bene i polmoni e ora il loro pacchetto giaceva accartocciato nel cestello della bici di chissà chi, piccolo atto vandalico per sublimare la strage che invece avrei fatto se solo qualcuno mi avesse passato un mitra. L’estate inizia col piede sbagliato.

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