sabato 18 giugno 2011

waste not, want not


Se anche dovesse continuare a piovere non avrebbe importanza, il cielo, per quanto livido, per quanto carico di tutto il dolore esalato dalla terra martoriata, è troppo vasto per colare giù assieme le gocce d’acqua. Tante giornate passate sperando di svanire nella mediocrità della gente, barricati dietro il proprio panico, strisciando i piedi nell’asfalto nero che non ha pietà per nessuno, eppure, siamo ancora qui. Come il cielo, come l’acqua, continuiamo a scorrere. E ci chiediamo: come può il sole, dopo aver visto tutti questi demoni  (che non abitano più l’inferno) voler sorgere ancora e nutrirci della sua luce? Come possono le tenebre, all’alba, non inghiottire tutto ma lasciare che le sciabole rosse le trafiggano e le mettano in fine in fuga ogni mattina? Non ha importanza quanto piove, quanto le nuvole ci vogliano punire privandoci dei raggi, l’occhio del paradiso continua a splendere su di noi, che glielo sia chiesto o meno, illimitato, inesauribile.
Stamattina mi sono svegliata e le mie membra, animate da un’involontaria routine che si è ormai insediata fino alle ossa, hanno svolto per il mio cervello prosciugato tutto ciò che quotidianamente c’era da svolgere. Hanno bevuto per me il caffè (o era acqua nera e velenosa?), mi hanno lavato i denti e vestita, tutto regolare, hanno indossato la corona di afflizione badando bene che le spine, più numerose con l’accumularsi dei dispiaceri, mi facessero sanguinare la fronte, hanno contato che ci fossero tutte le mie rughe, solchi stratificati di dolore che la vita mi ha scolpito sul volto noncurante delle mie lacrime, di modo da ricordarmi che l’unica veste che posso indossare è la disillusione. Tutto regolare. Ma avevo il vago presentimento che qualcosa non andasse. Forse era solo il panico, mostro marino che vive annidato tra le insenature di quella melma viscosa (come la chiamano? Anima?) che di quando in quando mi salta al collo per evitare che io abbassi la guardia. Forse era quello, ma la sensazione era più stridente, come una lama grattata su di una lavagna. Ma questo breve frangente di dubbio è stato prontamente stroncato dall’immagine, rimandatami dallo specchio, del mio io logico _ che da anni sovrintende la mia esistenza_ che scuoteva la testa  con una nota di biasimo per tanta superstizione. Ma non vedi? Non è una ‘sensazione’, è solo l’assordante e insostenibile silenzio disabitato che precede la tempesta, lo stesso cielo bianco che chiunque, affacciandosi alla finestra, può vedere . Le sensazioni _ ha continuato il mio io_  non sono che puerili cedevolezze. Ora allontanale e finisci di fare quello che stavi facendo. Hai già fumato la tua sigaretta? Fallo, fai sfoggio del tuo sprezzo nei confronti della cosa migliore che hai, la salute, metti bene in mostra i tuoi occhi impassibili ai logoranti vizi umani, chè la tempesta starà anche arrivando ma tu non te ne devi preoccupare poiché non hai più lacrime. E così, pietra insensibile, ho continuato la mia giornata.
Nel pomeriggio, una canzone, che fluttuava nell’etere, impunemente è entrata nel mio petto e ha fatto vibrare una delle tante corde che dormivano polverose sul cuore, strumento abbandonato che da tempo non aveva più emesso alcun suono. Non so dire se la corda si sia spezzata o abbia prodotto qualche onde sonora. So solo che è stato doloroso. Ho chiesto al mio io logico cosa fosse successo, ma lui si allontanava, non lo vedevo quasi più. Un’inspiegabile goccia d’acqua è scesa sulla mia guancia e il mio viso, da tempo assetato, arido, l’ha assorbita avidamente.
La vita, allora, è questo che fa? Ti coglie di sorpresa ferendoti di gioia, soffocandoti di piacere? Si rischia la morte, ogni istante il cuore rischia di cedere sotto il peso dei sentimenti indicibili. È faticoso, e pericoloso. Voglio vivere?

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