mercoledì 6 aprile 2011

prima il piacere

In che direzione va la vita? Avanti? Il problema è che la notra esistenza avrebbe la possibilità di divagare in qualsiasi direzione anche se noi la pensiamo per comodità come linea retta, una specie di sentiero, talvolta largamente asfaltato, altre volte una mulattiera solo parzialmente praticabile. Perchè non potremmo affrontare l'idea di un'infinità di soluzioni tra cui scegliere senza impazzire. Conoscevo un tale che aveva deciso di assumere come unica possibilità della sua vita la morte, scelta ardua e strettamente heideggeriana. Io allora aveva pensato che sarebbe morto. Dopo qualche anno ho saputo che per un pò aveva fatto il clown spostandosi in un'area non meglio definita tra la Repubblica ceca e l'Austria, finchè non si era unito ad un gruppo circense e per qualche fortuito motivo era infine divenuto formatore aziendale. Nessuno l'ha più visto. Che cosa significa credere che l'unica possibilità della propria vita sia la morte e poi finire a fare il clown? Che la propria vita non è che uno scherzo e che va presa in quanto tale o che non c'è tempo per decidere una strada da seguire?
A questo pensavo, alla direzione imprevedibile della vita, mentre i miei piedi mi portavano seguendo esattamente la direzione giusta, loro si, quasi che nelle lore vene scorresse la mappatura dei miei tragitti quotidiani cosicchè io non me ne dovessi più preoccupare e potessi lasciarmi trasportare. Pensavo a questo, mentre i miei  sostegni mobili misura 41 mi conducevano in mezzo ad un mare di volti spenti, maree tumultuose dal ritmo incessante, flutti incontrastabili ma silenti, come impone il grigio mattutino, monito di una giornata di doveri. Cavalloni neri sull'orlo di travolgermi nel silenzio più cupo, celato dal caos sbuffante, perenne sfondo cittadino. I miei piedi mi portavano, e se provavo a chiedere loro dove stessimo andando, mi zittivano allungando il passo, a cui i miei polmoni faticavano a star dietro. E nella confusione stordita, l'ho visto. Mi tendeva la mano, luminoso, quasi a volermi salvare da quella corrente che mi trascinava come fossi un detrito. L'ho visto: Via Dante. Magnifico cartello stradale, faro nella notte. I miei piedi mi incalzavano, dobbiamo andare avanti, ma io avevo deciso che avrei girato lì, in via Dante. Il cielo non accennva ad aprirsi, colava catrame direttamente sui tetti, la città rantolava, divorata dall'interno da minuscole formichine brulicanti con ventiquattrore e borsette sgargianti, e miei piedi volevano farmici addentrare per portarmi lì, dove quella torre nera si ergeva richiamandomi al dovere. Ma no, cari piedi, fedeli piedi, riposatevi. Oggi niente lezione. Oggi colazione al caffè di via Dante.

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